Don Pozza

E’ già tutto esaurito per l’appuntamento previsto per il 4 ottobre alle 20.45 a Zugliano con Don Marco Pozza, per la terza e ultima serata della rassegna ‘Autori in villa’ e la splendida Villa Giusti Suman è troppo piccola, costringendo gli organizzatori a spostare l’incontro in chiesa e ad annullare l’obbligo delle prenotazioni.

Per accogliere i presenti che vogliono assistere alla presentazione de ‘Il pomeriggio della luna’, ultimo libro del giovane sacerdote, seguito perfino da Papa Francesco, che l’aveva visto  per la prima volta a novembre su Rai 1 nella rubrica religiosa ‘A Sua Immagine’, saranno infatti aperte le porte della ‘casa di Dio’.

Don Pozza, 38 anni il prossimo 21 dicembre, sacerdote nativo di Calvene, è un prete “controvento” come ama definirsi, da sei anni cappellano del carcere di massima sicurezza di Padova, teologo, giornalista e scrittore, autore di libri di successo quali “L’imbarazzo di Dio” (2014), “L’agguato di Dio” (2015), “L’iradiddio” (2016) per le Edizioni San Paolo. Di sé dice: “sono uno straccio di prete al quale Dio s’intestardisce ad accreditare simpatia, usando misericordia”.

Di certo non gli manca la capacità di entrare nelle menti e toccare il cuore dei giovani. Le sue conferenze in ogni parte d’Italia gremiscono le sale. Innamorato di Antoine de Saint-Exupéry, l’autore del “Piccolo Principe”, ha conseguito il Dottorato in Teologia alla Pontificia Università Gregoriana con una dissertazione su “Cittadella”, opera postuma dello scrittore-aviatore francese. Vive per scrivere e non il contrario, come dice nel suo sito internet “Sulla strada di Emmaus”, la sua “parrocchia virtuale”.  Qui, seguendo il motto del teologo svizzero Karl Barth “in una mano la Bibbia e nell’altra il giornale”, commenta i passi del Vangelo e le notizie di cronaca.

Don Pozza è un prete di strada. “Da bambino odiavo i detenuti – racconta – così ha accettato di fare il cappellano del carcere per restituire il mio sacerdozio a questa gente che avevo offeso inconsciamente. E quella gente oggi è la mia comunità. Cerco di entrare nella loro rabbia, cerco di scoprire il non-inferno che è dentro a quell’inferno. Non è straordinario che in questo luogo apparentemente abbandonato da Dio e imbarazzante per gli uomini, la fede passi ancora, come ai tempi della Chiesa primitiva, di persona in persona, di cella in cella? Dietro le sbarre ho sperimentato che l’amore lavora oltre la giustizia – continua Don Pozza – Qui cerchi un Dio che sembra giocare a nascondino. Io l’ho trovato in questa gente che mi ha convertito e mi ha fatto capire il Gesù evangelico. Per trent’anni ho letto il Vangelo come fosse un film straniero senza sottotitoli. Poi sono arrivato qui e i detenuti me lo hanno tradotto”.  Don Marco durante la messa in carcere, ha inserito un momento particolare: alla preghiera per i defunti fa fare quindici secondi di silenzio in cui chi s’è macchiato d’omicidio ricorda nome e cognome della persona uccisa. “In pochi mesi i cinque carcerati che si accostavano alla confessione sono diventati quaranta. Credo nella resurrezione dei vivi, prima che in quella dei morti”.

 

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