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“E cose belle s’hanno a pagare” (le cose belle si devono pagare). Il detto napoletano, antico e vero ieri, oggi e domani, trova la sua perfetta ‘allocazione’ nella corsa a uno scranno in parlamento (che per molti è una gran bella cosa). Già, perché candidarsi ha un costo, variabile a seconda del partito, movimento, che mette in lista l’aspirante deputato o senatore.

In pratica, la poltrona si paga, e si paga applicando, anche in politica, una ‘legge di mercato’ valida come nel commercio. Vuoi correre in sella a un cavallo di razza come, al momento (un recente sondaggio lo da’ al 36,1% (+0,1%)) pare essere Forza Italia? Sborsa, una tantum, 35mila euro. Ti accontenti di un arrancante ronzino come, al momento (stesso sondaggio lo dà al 28.4% -0,3%) pare essere il frammentato Pd? Sborsa, ma mensilmente, 1500 euro.

La legge di mercato è una morsa stretta e crudele, basti pensare che solo 5 anni fa, nel 2013, a candidarsi per il Pd, il balzello da pagare era di 35mila euro, mentre il PdL si ‘accontentava‘ di 25mila. Che, poi, comunque, ieri come oggi, se eletti, il ‘ritorno’ c’è e pure copioso, attraverso i generosi stipendi di Camera e Senato. Se invece si rimane trombati al voto, l’esborso non viene patito visto che – dicono – che il partito-esattore restituisca il ‘gettone d’ingresso’.

Non è però dato sapere, e un tempo era così, se pagano tutti o solo coloro che sono primi nelle liste (e dunque con maggiori probabilità di essere eletti). In ogni caso, vale come non mai il detto: “Soldi fanno soldi”: se non li hai, al massimo, puoi farti eleggere capo condomino nel tuo palazzo. Ma se c’è chi li ha e crede tanto in te, può anche finanziare la tua corsa al Governo.

Ma i tempi stringono, tra meno di un mese scadono i termini per la candidatura e accaparrarsi un posto in lista rischia di divenire problematico anche per gli ‘assi’ della politica. Dunque affrettarsi a mettere mani al portafoglio diventa un imperativo.

La Lega chiede 20mila euro a ciascun candidato. Uno ‘sconto’ rispetto al passato, visto che, secondo quanto venuto fuori dall’inchiesta su Bossi, sin dal 2000 il Carroccio imponeva ai candidati una ‘tassa’ ben più gravosa per un seggio in Parlamento: 2000 euro al mese alla prima elezione, e 2400 euro alla seconda, da versare nei 60 mesi di legislatura. Il tutto non sulla parola, ma previo accordo firmato davanti al notaio.

Ma anche i meno ‘abbienti’ possono non rinunciare al sogno di una poltrona romana. Come? Prescindendo da simpatie o ideali nutriti da sempre, e badando alla sostanza, correndo per i più a buon mercato “Fratelli d’Italia”“Liberi e uguali” o “Cinquestelle”.

Fratelli d’Italia chiede appena 5mila euro al candidato; Liberi e Uguali, non ha ancora deciso quale sarà il balzello da pagare, ma di sicuro, sempre attenendosi alla logica di mercato (lo danno al 5,6% (-0,1%) non sarà esoso. Chi, invece, sceglie i pentastellati, dovrà restituire metà indennità ad un fondo (da decidere quale) e inoltre pagare 300 euro mensili all’associazione Rosseau. Il M5S è ‘quotato’ al 28,2% (-0,3%).

Una sorta di campagna promozionale, dunque, che certamente allungherà la lista degli aspiranti.

Ma infine, a conti fatti, il balzello è pesante ma il gioco vale la candela: se votato recuperi con ‘interessi d’oro’ ; se trombato, ti restituiscono il balzello.

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