Oltre un milione di persone sono rientrate nella capitale Khartoum dal marzo scorso: lo sottolinea padre Diego Dalle Carbonare, originario di Cogollo del Cengio, provinciale dei comboniani in Sudan, un Paese ancora ostaggio di un conflitto armato, in particolare nelle regioni del Darfur, del Kordofan e dei monti Nuba.
L’occasione per fare il punto sulla situazione, a ormai quasi tre anni dall’inizio dei combattimenti il 15 aprile 2023, è un’intervista in cui Padre Dalle Carbonare, responsabile anche per l’Egitto, ha appena trascorso due mesi a Khartoum. Un’altra città che conosce bene è Port Sudan, in riva al Mar Rosso, come la capitale sotto il controllo dei reparti dell’esercito fedeli al generale Abdel Fattah al-Burhan. Secondo il missionario, insieme con le aree nord e con Omdurman, città gemella sull’altra riva del fiume Nilo, Khartoum contava quasi 15 milioni di abitanti. Una metropoli molto estesa, dunque, sottratta dall’esercito ai paramilitari delle Forze di supporto rapido (Rsf) nel marzo 2025.
“Ora c’è quasi un esodo di persone che stanno tornando”, dice padre Dalle Carbonare. “Come altri istituti missionari, noi comboniani ci stiamo inserendo in questo percorso di rientro: abbiamo già riaperto una nostra presenza a Omdurman e nei prossimi mesi contiamo di riaprire anche un’altra delle tre missioni che abbiamo dovuto abbandonare”.
È sempre il Sudan Tribune a calcolare che, dall’inizio dei combattimenti, “oltre il 60 per cento dei residenti di Khartoum ha perso il lavoro e i risparmi di una vita”.
Padre Dalle Carbonare si sofferma anche su altre situazioni di sofferenza. “C’è una metà del Paese dove i combattimenti sono ancora intensi”, dice, menzionando la regione del Darfur al confine con il Ciad, e poi il Kordofan e i monti Nuba verso la frontiera con il Sud Sudan. Il missionario allarga poi lo sguardo ad altri conflitti, dalla Repubblica democratica del Congo al Medio Oriente e all’Iran.
“Da quando la guerra è iniziata, il Sudan rappresenta la crisi umanitaria più grande al mondo”, sottolinea padre Delle Carbonare: “A oggi sono 14 milioni le persone che hanno lasciato le loro case“. I dati sono stati aggiornati dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim). Nelle colonne di cifre si legge che, dopo lo Stato di Khartoum, il maggior numero di rientri ha riguardato quello di Jazirah. Nel complesso, nell’83 per cento dei casi a far ritorno a casa sono state persone che non avevano comunque lasciato il Sudan. Differente ma comunque dolorosa la vicenda del restante 17 per cento: si tratta di chi ha trovato la forza di tornare dall’estero, in particolare da Egitto, Sud Sudan, Libia o Paesi del golfo Persico.
Nel tempo, anche per chiedere un’azione diplomatica più incisiva per la pace, è cresciuta una mobilitazione della società civile a livello internazionale. In Italia in prima fila c’è un’alleanza di 18 realtà e organizzazioni non governative: Acli, Amnesty international Italia, Anpi, Aoi, Arci, Baobab experience, Caritas italiana, Comitato internazionale per la pace in Sudan, Comunità di Sant’Egidio, Comunità sudanese in Italia, Economia disarmata – Movimento dei focolari Italia, Emergency, Focsiv, Fondazione Nigrizia onlus, Medici senza frontiere, Missionari comboniani provincia Italia, Rete italiana pace e disarmo e Un Ponte Per.
Vincenzo Giardina