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Autonomia veneta, giallo sui 300 milioni per la sanità: pressing su Stefani

Si riaccende lo scontro politico in Veneto attorno all’autonomia differenziata. Al centro del dibattito finisce la presunta assenza, nel testo firmato a febbraio in Consiglio dei ministri dal presidente della Regione, Alberto Stefani, dei 300 milioni aggiuntivi per la sanità veneta più volte rivendicati dalla maggioranza leghista come uno dei risultati simbolo della trattativa con Roma.

Secondo quanto riportato da La Stampa, l’intesa approvata dal governo Meloni sarebbe una versione “ridimensionata” rispetto alla pre-intesa siglata a suo tempo dall’allora governatore Luca Zaia. Una riduzione che, sempre stando alle ricostruzioni giornalistiche, riguarderebbe proprio le risorse per la sanità, ossia quei 300 milioni che Stefani continua a indicare come conquista politica nei colloqui con il governo e nelle interviste alla stampa nazionale. Un colpo che fa perdere ancora più credibilità ad un partito che sembra ormai in caduta libera.

Il nodo dell’intesa e le promesse della Lega

Al centro del caso c’è il confronto tra tre diversi livelli di promessa politica: la stagione originaria della Lega, che dagli anni Ottanta in poi ha costruito parte del proprio consenso in Veneto sulla richiesta di maggiore autonomia, quando non di vera e propria secessione. Un  referendum, quello  del 2017 e il successivo negoziato guidato da Zaia, che aveva promesso 23 materie e fino al 90% del gettito fiscale trattenuto in regione.  L’attuale fase, con la legge quadro sull’autonomia differenziata e l’intesa specifica per il Veneto firmata da Stefani in Consiglio dei ministri a febbraio. Proprio su questo passaggio si concentrano oggi dubbi e critiche: la pre-intesa di Zaia, già giudicata da una parte dell’elettorato come un ridimensionamento delle attese originarie, sarebbe stata ulteriormente alleggerita nella versione più recente, lasciando sul campo il capitolo più sensibile per i cittadini, quello delle risorse per la sanità.

L’opposizione chiede chiarezza in aula

Le forze di opposizione in Consiglio regionale chiedono ora che Stefani riferisca in aula, nel corso della seduta del 9 giugno, per chiarire il contenuto effettivo dell’intesa e lo stato del negoziato con il governo.

Tra le voci più critiche c’è quella di Carlo Cunegato, capogruppo di Alleanza Verdi e Sinistra, che parla di “sgomento” di fronte all’ipotesi che i 300 milioni siano saltati dal tavolo della trattativa. Cunegato sottolinea come l’intesa firmata a febbraio appaia, sulla base degli elementi attualmente disponibili, “una versione ridimensionata della pre-intesa di Zaia, già di per sé un’ombra delle promesse leghiste”.

Il passaggio politicamente più delicato riguarda la delega che il Consiglio regionale aveva conferito a Stefani per trattare a Roma: quell’atto, pur non votato dalle opposizioni, prevedeva esplicitamente l’obbligo di fornire “adeguate informative al consiglio regionale sull’evoluzione del confronto istituzionale”. Per l’opposizione, l’eventuale cancellazione dei 300 milioni per la sanità rientra pienamente tra le informazioni che avrebbero dovuto essere comunicate per tempo, sia ai consiglieri che ai cittadini.

Trent’anni di “autonomia subito”

Sul piano più ampio, la vicenda riapre la discussione su oltre trent’anni di promesse autonomiste targate Lega. Dallo slogan “autonomia subito” di Pontida alle diverse stagioni di governo a Roma ,  con Berlusconi, con Conte, con Draghi e ora con Meloni ,  il dossier Veneto è rimasto spesso in sospeso tra annunci e passaggi parziali.

Zaia, ricordano le opposizioni, in quasi quindici anni di guida della Regione non è riuscito a portare a casa l’intero pacchetto delle 23 materie e del 90% del gettito trattenuto, ma soltanto una pre-intesa su quattro materie firmata con l’allora ministro Calderoli. Oggi, il rischio politico per la Lega è che anche quella pre-intesa venga percepita come svuotata di contenuti a fronte dell’ultimo testo uscito dal Consiglio dei ministri.

Per i veneti, la posta in gioco è tutt’altro che astratta. La sanità regionale è tradizionalmente uno dei temi più sensibili dell’opinione pubblica, sia per l’orgoglio verso un sistema percepito come tra i più efficienti d’Italia, sia per le paure legate a tagli, carenze di personale e liste d’attesa.

In questo quadro, la promessa di 300 milioni aggiuntivi per la sanità ha assunto negli ultimi mesi un forte valore simbolico. Se quelle risorse non fossero realmente previste dall’intesa, la vicenda rischierebbe di trasformarsi in un boomerang per la maggioranza, non solo sul piano del merito, ma anche su quello della credibilità: dopo decenni di campagna politica sull’autonomia, l’elettorato potrebbe chiedere conto, con maggiore insistenza, della distanza tra slogan e risultati concreti.

In attesa del 9 giugno

Toccherà ora al presidente Stefani, chiamato direttamente in causa dalle opposizioni, sciogliere i nodi nella prossima seduta del Consiglio regionale. Un passaggio che si annuncia cruciale per fare chiarezza sul contenuto dell’intesa con il governo e, più in generale, sullo stato dell’autonomia differenziata per il Veneto.

Tra le domande chiave: che fine hanno fatto i 300 milioni per la sanità? In che misura il testo firmato a febbraio rispecchia o ridimensiona la pre-intesa di Zaia? E fino a che punto le promesse storiche della Lega sull’autonomia trovano oggi una traduzione concreta nelle carte?

Dalle risposte che arriveranno in aula dipenderà non solo il prosieguo del dibattito politico nelle prossime settimane, ma anche la percezione, da parte dei cittadini veneti, di quanto l’autonomia sia ancora un progetto da costruire o, al contrario, una bandiera ormai logorata da troppe attese.

N.B.

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