C’è una notte di gennaio del 1986 che Gino Gerosa non ha mai dimenticato. Una baita isolata nella neve di Canal San Bovo, una bambina di undici anni in convulsione, un giovane medico di guardia che intuisce la gravità della situazione e una diagnosi sbagliata che porterà a una morte tragica. Quell’episodio, lontano quarant’anni, è il punto di partenza del fil rouge che attraversa tutta la vita del più celebre cardiochirurgo veneto e che oggi lo conduce, quasi naturalmente, alla guida della Sanità regionale.
Da meno di un mese Gerosa ha deposto il bisturi, lasciando la sala operatoria e la cattedra universitaria, per assumere l’incarico di assessore alla Sanità del Veneto, chiamato dal nuovo presidente Alberto Stefani. Una scelta che per lui ha significato rinunce profonde: pazienti, studenti, una carriera costruita in oltre quarant’anni di chirurgia d’eccellenza. Ma anche un approdo coerente, figlio di una visione maturata sul campo.
Un luminare internazionale
Sessantotto anni, oltre 7.000 interventi all’attivo, Gerosa è l’unico chirurgo al mondo ad aver impiantato un cuore rimasto fermo per venti minuti. Ha diretto per ventidue anni l’unità di cardiochirurgia dell’Azienda ospedaliera di Padova intitolata a Vincenzo Gallucci, dove nel 1985 fu eseguito il primo trapianto di cuore in Italia. Formatosi a Londra al National Heart Hospital, alla scuola di Donald Ross, ha portato in Italia innovazioni che lo hanno reso un punto di riferimento mondiale.
Ad aprile ha ricevuto dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella la medaglia d’oro al merito della Sanità pubblica. A dicembre, la chiamata a sorpresa: guidare il settore più delicato e costoso della Regione, che da solo assorbe oltre l’80 per cento del bilancio veneto, circa 12,5 miliardi di euro.
«Certo che mi tremano i polsi», ammette. Ma è un tremore che nasce dal senso di responsabilità, lo stesso che provava stringendo tra le mani un cuore battente.
Dalla tecnica alla visione
Gerosa non è un politico di professione e non lo nasconde. A convincere Stefani è stato proprio il profilo di “tecnico”, con una profonda conoscenza del sistema sanitario pubblico e una naturale propensione all’innovazione. Nessuna tessera, nessuna consulenza preventiva: «Sono scelte che ricadono solo sulle tue spalle».
Da primario, per anni aveva chiesto alla politica una riorganizzazione razionale della cardiochirurgia: meno centri, più specializzazione, tecnologie concentrate dove davvero servono. Oggi quella stessa logica la estende all’intero sistema sanitario.
La sanità dei fragili
La parola chiave del nuovo assessore è fragilità. Per Gerosa il vero nodo dei prossimi anni è demografico: una società capovolta, con pochi figli e molti anziani. Oggi l’8 per cento dei veneti ha più di 80 anni; entro un decennio saranno quasi 450 mila.
Da qui l’idea di una sanità ripensata: ospedali iperspecialistici per le patologie complesse e una sanità di prossimità per prendersi cura dei più deboli, attraverso le case di comunità e una presa in carico continua del paziente. Un modello che lui stesso definisce, provocatoriamente, “ospedale liquido”: non una struttura immobile, ma un sistema capace di raggiungere le persone.
Una visione che spiega anche la sua posizione su temi controversi, come la chiusura dei piccoli punti nascita: «Se fossi il bambino che deve nascere, vorrei farlo in un centro d’eccellenza con terapia intensiva neonatale».
Prevenzione come diritto
Accanto alla cura, Gerosa insiste sulla prevenzione. È il cuore della Charta di Padova, “In universum salus”, che richiama direttamente l’articolo 32 della Costituzione. Inattività fisica, cattiva alimentazione, fumo, alcol, sedentarietà, abuso di schermi: sono questi, per l’assessore, i veri nemici della salute pubblica.
Un messaggio che ha voluto portare anche nelle aziende, proponendo di affiancare alla sigla Esg una quarta lettera: la H di health.
Dal cuore alla testa
Paradossalmente, l’uomo che ha passato la vita a riparare cuori è convinto che l’identità di una persona non risieda lì. Lo ha capito parlando con il padre di un giovane donatore, dopo il primo trapianto cardiaco italiano: «In lui non c’era nulla che mi ricordasse mio figlio». Da allora Gerosa ha una certezza: l’individualità è nel cervello, non nel cuore, anche se oggi sappiamo che il cuore possiede un “cervello secondario”.
Forse è anche per questo che ha scelto di mettere la sua esperienza al servizio delle istituzioni. Perché amministrare la sanità, per Gino Gerosa, significa fare una scelta di testa, ma soprattutto di coscienza. E tornare, in fondo, a quella notte del 1986, quando ha capito quanto può essere fragile la vita — e quanto sia dovere di tutti proteggerla.
L’articolo è stato elaborato sulla base dell’intervista rilasciata da Gino Gerosa a Stefano Lorenzetto, pubblicata sulla testata giornalistica Il Nord Est.