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Il bivio economico del Veneto: i numeri della crisi della manodopera verso il 2030

Il motore economico del Nordest rischia l’inceppamento per mancanza di carburante umano. I dati macroeconomici e le proiezioni statistiche dell’ultimo rapporto dell’Osservatorio Generale sul Lavoro del Veneto, pubblicato a giugno 2026, delineano un’emergenza numerica che mette a rischio la tenuta del Prodotto Interno Lordo (PIL) regionale e la competitività dei suoi distretti industriali.
La matematica del deficit: quattro scenari macroeconomici
L’Osservatorio ha calcolato l’andamento del mercato del lavoro da oggi al 2030 incrociando i trend demografici (invecchiamento della popolazione e calo delle nascite) con i possibili ritmi della crescita economica. Il risultato è una forbice che oscilla tra il deficit strutturale e la recessione:
Scenario Crescita (+1% annuo): Se l’economia regionale accelera anche solo dell’1% ogni anno, il sistema produttivo richiederà l’immissione di 299.000 nuovi lavoratori che attualmente non esistono sul territorio.
Scenario Stasi (crescita quasi nulla): Anche congelando la domanda di manodopera ai livelli del 2025, il saldo naturale negativo della popolazione attiva creerà un vuoto di 189.000 unità entro il 2030.
Scenario Calo Moderato: Una contrazione dell’attività economica non risolverebbe il problema, lasciando comunque scoperte 79.000 posizioni lavorative.
Scenario Crisi (surplus di 31.000 unità): L’unico scenario in cui i lavoratori avanzano è quello di una recessione profonda e marcata. Una prospettiva distruttiva per il tessuto industriale che nessuno auspica.

L’impatto sui settori chiave e sulla produttività

La carenza di personale non è più un’ipotesi teorica, ma un costo vivo per le imprese, misurato dai principali indicatori economici del territorio:
Costo dell’inazione nel recruiting: Secondo le rilevazioni della CGIA di Mestre, il 33% dei colloqui di lavoro va deserto. Questo significa che un terzo degli investimenti aziendali in ricerca e sviluppo del personale non produce alcun ritorno, rallentando l’espansione dei fatturati.
Colli di bottiglia nella produzione: Nei distretti manifatturieri (come il Trevigiano) e nel settore dei servizi, la mancanza di operai specializzati e tecnici costringe le aziende a richiamare personale in quiescenza, una misura temporanea che aumenta l’età media aziendale e frena l’innovazione.
Mancati ricavi nel turismo: Nelle aree ad alta densità turistica, come le Dolomiti, il deficit di capitale umano si traduce direttamente in una riduzione del fatturato. Molte attività sono costrette a contrarre gli orari di apertura o a ridurre i coperti, non per mancanza di clienti, ma per l’impossibilità di erogare il servizio.

Le leve economiche per la stabilità

L’analisi dell’Osservatorio evidenzia che per mantenere l’equilibrio del sistema economico veneto e non perdere punti di PIL, il territorio deve attivare contemporaneamente due leve macroeconomiche: da un lato l’innalzamento dell’età pensionabile attiva (il lavoro degli over 65), dall’altro l’attrattività e la valorizzazione economica dei flussi migratori regolari. Senza una pianificazione quantitativa di questi ingressi, la capacità produttiva del modello veneto rischia una contrazione strutturale irreversibile.
di Redazione AltovicentinOnline
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