Entrando nei centri storici del Veneto, la trasformazione è ormai evidente: serrande abbassate, vetrine vuote, insegne che scompaiono. Ma dietro la crisi delle botteghe c’è un cambiamento molto più profondo, che riguarda il modo in cui le famiglie consumano, il lavoro e perfino i mestieri di cui la società ha bisogno.
In dieci anni il Veneto ha perso 48 mila imprenditori artigiani: erano 182 mila nel 2015, sono scesi a 134 mila lo scorso anno. Un calo del 26%, che nell’ultimo anno ha raggiunto il 5,3%. Belluno, Treviso, Rovigo e Vicenza sono tra le province che hanno registrato le difficoltà maggiori.
La concorrenza dei grandi negozi e delle piattaforme online ha certamente modificato il mercato. Comprare su Internet è semplice, spesso conveniente e consente di ricevere la merce direttamente a casa. Ma sarebbe riduttivo spiegare la crisi delle piccole attività soltanto con la crescita dell’e-commerce. Sono cambiate le abitudini degli italiani. Si fanno meno acquisti quotidiani e più spese concentrate, mentre alcuni servizi vengono cercati soltanto quando diventano indispensabili.
Per una piccola impresa, inoltre, i costi fissi possono diventare difficili da sostenere: affitti, bollette, tasse e investimenti incidono molto di più quando i volumi di vendita sono limitati.
A tutto questo si aggiunge il problema demografico. Una popolazione più anziana e una diminuzione dei residenti in alcune aree significano anche meno clienti e, contemporaneamente, meno giovani disponibili a raccogliere l’eredità delle attività esistenti.
Alcuni mestieri scompaiono, altri diventano indispensabili
La vera fotografia dell’artigianato veneto, però, non è quella di un settore semplicemente in declino. È quella di un mondo che si sta riconfigurando.
Ci sono attività che arretrano, come pelliccerie, lavanderie, alcune lavorazioni alimentari e comparti tradizionali. Altre, invece, mostrano segnali di crescita: estetica e acconciatura, giardinaggio, pulizie, logistica e servizi legati al benessere.
Anche mestieri considerati tradizionali possono trovare nuove opportunità. Riparatori, serramentisti, autoriparatori, calzolai e artigiani specializzati continuano ad avere un ruolo proprio perché offrono qualcosa che la produzione standardizzata non riesce facilmente a sostituire.
E non è un caso che, in molte zone, trovare un idraulico, un manutentore o un tecnico specializzato sia diventato sempre più difficile.
Dopo la pandemia sono cresciute l’attenzione per il benessere, la cura degli spazi, i servizi alla persona e la qualità della vita. Parallelamente, le imprese hanno bisogno di digitalizzare i processi e ridurre il tempo dedicato alle attività burocratiche. Anche la crescita della logistica è una conseguenza di questo nuovo modello di consumo: più acquisti online significano più trasporti, magazzini e consegne.
Nel settore alimentare, invece, avanzano le formule più compatibili con i nuovi ritmi di vita, come il cibo da asporto, mentre alcune attività tradizionali fanno più fatica a sostenere gli investimenti necessari per rimanere competitive.
La sfida è non perdere il patrimonio di competenze
Il problema delle botteghe che chiudono, dunque, non riguarda soltanto le vetrine vuote. Quando scompare un’attività artigiana può scomparire anche una competenza difficilmente sostituibile. E se non ci sono giovani pronti a raccogliere quella conoscenza, il rischio è che un mestiere venga perso insieme alla persona che lo esercitava.
Il futuro dell’artigianato veneto potrebbe allora non essere quello di tornare al passato, ma di riuscire a unire ciò che ancora funziona della tradizione con le nuove esigenze del mercato.
La sfida sarà proprio questa: non conservare tutte le botteghe a ogni costo, ma fare in modo che il territorio non perda le competenze, la manualità e i servizi di cui avrà bisogno domani. Perché dietro una serranda abbassata non c’è soltanto un negozio che chiude. A volte c’è un mestiere che rischia di non trovare più nessuno disposto a impararlo.