Nel Veneto, il cuore produttivo e commerciale del Paese, il lavoro autonomo nel commercio e nel turismo sta vivendo una delle crisi più profonde degli ultimi anni. Lo certifica un’analisi di Confesercenti sui dati camerali: nella regione, dal 2019 a oggi, sono spariti 17.792 addetti indipendenti, pari a un crollo del 18%, uno dei peggiori cali in Italia.
Il Veneto, tradizionalmente terra di botteghe, microimprese, ristoratori e attività familiari, diventa così uno dei simboli della trasformazione che sta ridisegnando il settore. A livello nazionale, il comparto commercio e turismo cresce complessivamente di 351mila addetti (+8,4%), ma questa crescita è trainata esclusivamente dal lavoro dipendente: +528mila unità (+18%). Gli indipendenti, invece, crollano di 177mila (-14,1%).
Se nel 2019 un terzo degli addetti era autonomo, oggi la quota è scesa sotto un quarto. E il Veneto segue, anzi accentua, questa tendenza.
IL CROLLO DELLE PICCOLE ATTIVITÀ VENETE
Il saldo negativo riguarda trasversalmente tutte le province, colpendo soprattutto il commercio al dettaglio, che in sei anni ha perso oltre 135mila indipendenti a livello nazionale, con una forte incidenza proprio nelle regioni del Nord-Est. Nel Veneto arretrano anche ristorazione e pubblici esercizi, che risentono del peso crescente dei costi energetici, degli affitti e della concorrenza delle piattaforme digitali.
Gli unici segnali positivi arrivano dal settore dell’alloggio, trainato da B&B e case vacanza, che a livello nazionale registra un +7,4% di lavoratori autonomi. Un trend che interessa anche le località turistiche venete, ma non abbastanza da compensare la contrazione del commercio tradizionale.
UNA CRISI CHE SI SENTE SUL TERRITORIO
Per Confesercenti, il crollo dei lavoratori indipendenti mette a rischio l’identità economica stessa del Veneto, regione che ha costruito la propria forza sul tessuto diffuso di imprese familiari. Queste attività generano concorrenza, pluralismo dell’offerta e una distribuzione capillare del reddito sul territorio.
Oggi, però, chi decide di mettersi in proprio deve affrontare un insieme di ostacoli che rischiano di rendere l’impresa quasi proibitiva: pressione fiscale e burocrazia crescente; costi energetici fuori controllo, canoni di locazione in forte aumento, difficoltà di accesso al credito e competizione con grandi catene e piattaforme online.
Secondo il presidente di Confesercenti, Nico Gronchi, si tratta di un “mix esplosivo” che sta erodendo il modello imprenditoriale veneto, fondato sulle piccole attività.
LE RICHIESTE: «SERVONO INTERVENTI MIRATI»
L’associazione propone una serie di interventi che possano arrestare questa emorragia: abbassare i costi dell’energia per le imprese più piccole; riequilibrare la concorrenza con le grandi piattaforme digitali;
• incentivi per il ricambio generazionale; sostegni agli investimenti privati e un sistema di welfare più solido per gli autonomi.
Solo così, sostiene Confesercenti, tornare a mettersi in proprio potrà tornare a essere una scelta sostenibile, soprattutto in una regione come il Veneto, dove il tessuto economico locale non è solo una realtà produttiva, ma un elemento identitario e culturale.
di Redazione AltovicentinOnoline