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In Veneto è allarme lavoro: mancano oltre 26mila lavoratori. Introvabili tecnici, operai e specialisti

Il Veneto cerca lavoratori, ma le imprese faticano a trovarli. Sono oltre 26mila le figure professionali che mancano all’appello, in un mercato del lavoro caratterizzato da una forte richiesta di personale e da difficoltà sempre più evidenti nel reperire competenze adeguate. A fotografare la situazione è l’analisi di Unioncamere-Excelsior, riferita a settembre 2026 e pubblicata sulle pagine de Il Mattino di Padova del 3 novembre.

I dati restituiscono un quadro significativo: la domanda di personale riguarda settori molto diversi, dalla manifattura ai servizi, dal commercio alla ristorazione, ma il problema del reperimento accomuna numerose professioni. Non si tratta soltanto di trovare personale, ma sempre più spesso di individuare candidati con una preparazione specifica e competenze difficili da reperire.

Operai specializzati e impiegati tra le figure più richieste

La fetta più consistente delle richieste riguarda gli operai specializzati e i conduttori di impianti e macchine, che rappresentano il 33% delle professioni ricercate. Seguono gli impiegati e le figure commerciali e dei servizi, con il 31%. Dirigenti, specialisti e tecnici costituiscono il 18% della domanda, la stessa percentuale delle professioni non qualificate.

Entrando nel dettaglio delle singole mansioni, al primo posto si collocano gli esercenti e gli addetti alle attività di ristorazione, con 6.420 posizioni richieste. Seguono gli addetti alle vendite, con 3.740 opportunità, e il personale non qualificato destinato allo spostamento e alla consegna delle merci, con altre 3.740 richieste.

Numeri che confermano quanto il settore dei servizi, della distribuzione e della logistica continui ad avere un peso rilevante nel mercato occupazionale regionale.

La difficoltà di trovare personale qualificato

Il dato più significativo emerge però osservando le professioni più difficili da reperire. In alcuni comparti la percentuale di figure considerate difficili da trovare supera abbondantemente l’80%.

La situazione più critica riguarda gli specialisti nelle scienze della vita, per i quali la difficoltà di reperimento raggiunge il 90,7%. Seguono i tecnici del trasporto aereo, navale e ferroviario e gli specialisti nelle scienze giuridiche, entrambi all’80,6%.

Anche nell’area degli impiegati, delle professioni commerciali e dei servizi emergono difficoltà importanti: le professioni qualificate nei servizi sanitari e sociali raggiungono l’87,3%, mentre per gli addetti alla gestione economica, contabile e finanziaria la percentuale si attesta al 56,5%. Per gli operatori della cura estetica arriva al 53,7%.

Ancora più marcata la difficoltà nel reperire alcune figure del comparto industriale e delle costruzioni. Gli operai specializzati addetti alle rifiniture delle costruzioni registrano una percentuale dell’89,8%, i marinai di coperta e gli operai assimilati dell’89,5%, mentre brillatori, tagliatori di pietre e coltivatori di saline raggiungono l’89,2%.

La formazione resta una questione centrale

Un altro elemento interessante riguarda il livello di istruzione richiesto dalle imprese. Il 40% delle figure ricercate necessita di una formazione secondaria professionale (IeFP), mentre il 22% richiede un diploma di scuola secondaria. Il 23% delle posizioni è accessibile con il solo titolo dell’obbligo scolastico.

La formazione terziaria universitaria è richiesta per il 13% delle figure professionali, mentre il 2% riguarda i percorsi degli ITS Academy, gli istituti tecnologici superiori.

È proprio nell’incrocio tra domanda delle imprese, competenze disponibili e percorsi formativi che si gioca una delle sfide più importanti per il futuro economico del Veneto. Le aziende hanno bisogno di personale, ma non sempre riescono a trovare lavoratori con le qualifiche richieste.

Il risultato è un mercato del lavoro nel quale le opportunità non mancano, ma dove resta aperto il problema dell’incontro tra chi cerca occupazione e chi offre lavoro. Una difficoltà che rischia di diventare un freno per la crescita delle imprese e per la competitività dell’intero sistema produttivo regionale.

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