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La grande bugia della sicurezza: i sindaci non comandano Carabinieri e Polizia di Stato. Più divise, meno propaganda

Il sindaco non può sostituirsi allo Stato.

Ogni volta che una baby gang o un delinquente qualunque semina il panico in una piazza, in una stazione o in un centro storico, il copione si ripete. I cittadini chiedono più sicurezza, la politica cerca un responsabile e, quasi inevitabilmente, il dito viene puntato contro il sindaco. È una dinamica ormai consolidata, ma che spesso confonde le responsabilità amministrative con quelle dello Stato. La sicurezza urbana è diventata una delle principali preoccupazioni degli italiani. Non si parla più soltanto di criminalità organizzata, che continua a rappresentare una minaccia rilevante ma opera con logiche spesso invisibili ai cittadini. Oggi il senso di insicurezza nasce soprattutto dalla cosiddetta criminalità diffusa: aggressioni, rapine, vandalismi, spaccio al dettaglio e violenze compiute da gruppi di giovanissimi che occupano gli spazi pubblici e non hanno rispetto della “cosa pubblica”.

Il Ministero dell’Interno, insieme al centro di ricerca Transcrime, ha evidenziato come il fenomeno delle baby gang sia cresciuto negli ultimi anni e presenti caratteristiche ben precise. Nella maggior parte dei casi si tratta di gruppi poco strutturati, formati da ragazzi tra i 15 e i 17 anni, che agiscono spesso senza un’organizzazione criminale alle spalle e sono espressione di disagio sociale, marginalità e assenza di punti di riferimento. Solo una parte minoritaria presenta collegamenti con organizzazioni criminali strutturate. Questo non rende il fenomeno meno pericoloso. Anzi. Per il cittadino che subisce un’aggressione o viene derubato in pieno centro cambia poco sapere se dietro quei ragazzi ci sia o meno una cosca mafiosa. Ciò che cambia, però, è il tipo di risposta che lo Stato deve mettere in campo.

La lunga stagione della politica della paura

Negli ultimi vent’anni il tema della sicurezza è diventato uno degli strumenti di comunicazione politica più efficaci. Numerosi studi di scienza politica e comunicazione hanno mostrato come la percezione dell’insicurezza non coincida sempre con l’andamento reale dei reati. La cronaca, amplificata dai social network  e dalla comunicazione politica, può far percepire come emergenza permanente fenomeni che hanno un’incidenza molto diversa da territorio a territorio.

In questo contesto alcuni partiti hanno costruito una parte significativa della propria identità politica sul tema della sicurezza, trasformandolo in un criterio attraverso il quale giudicare l’efficacia delle amministrazioni comunali. Il messaggio, semplice e immediato, è stato ripetuto per anni: se una città è sicura il sindaco è bravo, se aumenta la percezione di insicurezza il sindaco è incapace.

È una narrazione che funziona perché individua un responsabile facilmente riconoscibile. Il sindaco è la figura istituzionale più vicina ai cittadini, quella che si incontra in piazza, che compare sui giornali locali, che risponde alle proteste dei residenti. Diventa quindi il bersaglio naturale del malcontento, anche quando le leve operative per affrontare il problema non dipendono direttamente da lui. La comunicazione politica moderna vive di slogan, immagini e messaggi immediati. Parlare di “tolleranza zero”, promettere città blindate o evocare la figura del “sindaco sceriffo” ha un impatto mediatico molto maggiore rispetto a spiegare come funziona realmente il sistema della sicurezza pubblica in Italia. Eppure il consenso costruito su questi messaggi rischia di alimentare aspettative che nessun amministratore locale può soddisfare da solo.

Il sindaco non è il capo delle forze dell’ordine

Ed è qui che nasce il grande equivoco. Ai sindaci viene spesso chiesto di “fare qualcosa”, come se fossero i responsabili diretti dell’ordine pubblico. In realtà, il sindaco può adottare ordinanze nei casi previsti dalla legge, investire nell’illuminazione, nella videosorveglianza, nella riqualificazione urbana, sostenere la polizia locale e promuovere progetti educativi e di prevenzione. Ma il controllo del territorio, la prevenzione e la repressione dei reati spettano alle Forze di polizia dello Stato, coordinate dal prefetto e dipendenti dal Ministero dell’Interno. È il Governo a decidere gli organici di Polizia di Stato, Carabinieri e Guardia di Finanza, la distribuzione del personale e le strategie operative sul territorio.

Pretendere che un sindaco risolva da solo il problema della criminalità significa chiedergli di svolgere un ruolo che l’ordinamento italiano non gli attribuisce. Nessun primo cittadino può sostituirsi ai Carabinieri o alla Polizia di Stato. Nessuno può improvvisarsi “sceriffo” senza uomini, mezzi e competenze. Eppure quello che fanno alcuni cittadini sa colpire alla pancia della gente non addetta ai lavori. Il sindaco può chiedere più controlli del territorio attraverso i tavoli per la sicurezza al Prefetto, ma non dovrebbe andare a controllare lui. Non è il suo ruolo.

Più divise, non più slogan

Spesso si attribuisce al sindaco la responsabilità di episodi che dipendono da fenomeni molto più complessi: il disagio giovanile, la dispersione scolastica, la marginalità sociale, il ruolo dei social network, la crisi educativa delle famiglie e, non ultimo, la disponibilità di personale delle forze dell’ordine sul territorio. Lo stesso Ministero dell’Interno sottolinea che il contrasto alle baby gang richiede un approccio integrato che coinvolga scuola, servizi sociali, famiglie, magistratura minorile e forze dell’ordine. Pensare che basti una telecamera in più o un’ordinanza comunale significa semplificare un problema che nasce da molteplici fattori.

Naturalmente anche i sindaci hanno responsabilità politiche. Eccome. Devono investire nella qualità degli spazi pubblici, collaborare con prefetture e questure, ascoltare i cittadini e fare prevenzione. Magari promuovere quegli incontri sulla legalità ed il rispetto delle regole nelle scuole. Ma è profondamente diverso attribuire loro un ruolo amministrativo oppure trasformarli nei responsabili esclusivi della sicurezza cittadina. La domanda che forse dovremmo porci è un’altra: perché continuiamo a giudicare i sindaci sulla base di competenze che appartengono in larga parte allo Stato? Perché ogni episodio di cronaca diventa immediatamente un processo all’amministrazione comunale e raramente apre una riflessione sulla distribuzione degli organici delle forze dell’ordine o sulle risorse destinate alla sicurezza? La sicurezza non si costruisce con gli slogan né scaricando le responsabilità sull’ente locale. Si costruisce garantendo una presenza costante dello Stato sul territorio, rafforzando gli organici delle forze di polizia, investendo nell’attività investigativa e nella prevenzione, senza trascurare il recupero dei minori che possono ancora essere sottratti ai percorsi di devianza.

Le città hanno bisogno di sindaci capaci di amministrare e di collaborare con le istituzioni preposte alla sicurezza, non di figure trasformate, per convenienza elettorale o pressione mediatica, in improbabili sceriffi. Perché quando la sicurezza diventa uno slogan, il rischio è che si continui a discutere del volto da mettere sui manifesti elettorali, invece di affrontare il problema di chi, ogni giorno, dovrebbe presidiare concretamente le nostre strade.

N.B.

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