La Provincia di Vicenza accende l’allarme sul cruscotto del Paese: tra i giovani che lasciano la provincia, oltre uno su due è laureato. È il 57% del totale dei partenti, un dato che da solo racconta la qualità del capitale umano che l’Italia sta perdendo. E non è un’eccezione: tutto il Nord Est registra percentuali da brivido, spesso sopra il 60%. Un ribaltamento storico: a fine Ottocento emigravano i più poveri; oggi saluta la “meglio gioventù”.
Un quadro nazionale impietoso. Gli ultimi numeri Istat certificano un saldo migratorio 2024 in profondo rosso per i 25-34enni italiani: 25 mila espatri contro poco più di 4 mila rientri, quasi 21 mila giovani persi in un solo anno, in gran parte laureati. La tendenza non è nuova: dal 2013 l’Italia si svuota a un ritmo di 80 mila persone l’anno; sei partenze su dieci riguardano i 18-34 anni. Un’onda lunga confermata anche dal Cnel: tra 2011 e 2023, oltre mezzo milione di under 35 ha fatto le valigie. E quasi nessuno arriva a sostituirli: siamo fanalino di coda in Europa per attrazione, con appena il 6% di giovani dall’estero.
Nel dettaglio del Nord Est, la mappa parla chiaro. In Veneto guida Padova, dove tra chi emigra i laureati sono il 65%; Venezia è al 61%, come Rovigo; Treviso e Belluno al 59%; Vicenza al 57%. In Friuli Venezia Giulia, Trieste tocca il 61%, Udine il 60%, Gorizia il 58%, Pordenone il 54%. Un’accelerazione impressionante: vent’anni fa queste quote stavano tra il 17 e il 21%.
Perché Vicenza conta più di altre? Perché qui si incrociano un tessuto manifatturiero avanzato e percorsi di carriera troppo lenti rispetto ai competitor europei; perché ricerca e servizi ad alto valore aggiunto restano sottodimensionati; perché, a parità di titolo, salari netti più bassi e scarsa mobilità abitativa spingono a partire subito dopo la laurea. Il risultato è un’emorragia silenziosa che presenta un conto salatissimo: 134 miliardi la perdita stimata tra formazione pagata in Italia e valore generato altrove.
Le ricadute sono già visibili: le imprese faticano a coprire posizioni qualificate; la pubblica amministrazione invecchia; interi servizi territoriali rischiano di sfiatare. “L’Italia è fuori dalla circolazione dei talenti perché è ultima per attrattività. Siamo in una fase critica. Insensibilità e immobilismo sono scandalosamente inaccettabili”, avverte l’economista Luca Paolazzi, tra i massimi conoscitori del fenomeno in un’intervista su Nord Est Economia.
Finora i rimedi sono stati palliativi: l’“aspirina” dei bonus salariali non abbassa la febbre. Servono scelte strutturali e immediate. Quattro le leve principali. Primo: lavoro e carriera, con detassazione mirata per gli under 35 qualificati, progressioni chiare e premi legati alle competenze. Secondo: ricerca e trasferimento tecnologico, investimenti pluriennali stabili, dottorati industriali e poli dell’innovazione sulle filiere vicentine — meccatronica, materiali, green tech. Terzo: attrazione di talenti, con visti e incentivi semplici e rapidi, alloggi a canone sostenibile nelle città universitarie. Quarto: qualità della vita e servizi — trasporti affidabili, nidi, tempo pieno, sanità territoriale — perché la scelta di restare è anche una scelta di vita.
Il messaggio che arriva dalle imprese è netto. La denuncia del presidente di Confindustria Veneto, Enrico Boscaini, su un’economia che arranca, con segnali critici confermati da Bankitalia e Banca Ifis, non ammette rinvii: se oggi è crisi, domani, senza giovani, sarà tracollo. Vicenza, con quel 57% di laureati tra chi parte, è il dato-simbolo. Da cui ripartire, subito.
di redazione AltovicentinOnline