Ormai non si può più dire (e credere) che il riscaldamento globale non esiste o che non è causato dall’uomo. Le evidenze sono schiaccianti da decenni e purtroppo, come previsto, stiamo già iniziando a osservarne gli impatti sul nostro benessere, molto mal distribuiti dal punto di vista geografico e sociale. Il “nuovo” negazionismo ora diffonde altre tipologie di false informazioni: la scienza non è affidabile, le soluzioni non funzionano e tutto sommato non c’è molto da temere per gli impatti climatici.
In questa intervista rilasciata alla redazione di Altovicentinonline, il meteorologo Ampro e vice sindaco del Comune di Monticello Conte Otto, Marco Rabito, spiega come non ci sia ancora molta differenza tra due distinte categorie: i negazionisti climatici e i meteorologi improvvisati.
Marco Rabito, seppur in modo diverso, queste due categorie finiscono per creare disinformazione e minare il rapporto di fiducia tra cittadini e scienza. Siamo d’accordo su questo concetto?
Cerco si essere più chiaro possibile. Da una parte ci sono i negazionisti del cambiamento climatico. Qui si intrecciano diversi fattori: una scarsa cultura scientifica, una comunicazione costruita spesso con la tecnica del cherry picking, cioè la selezione di singoli dati o eventi isolati per sostenere una tesi già decisa e, in alcuni casi, una precisa strumentalizzazione politica. È ormai consolidato il consenso della comunità scientifica sul fatto che il cambiamento climatico in atto sia prevalentemente di origine antropica. Eppure c’è chi continua a negarlo utilizzando argomentazioni apparentemente convincenti, ma prive di un reale fondamento scientifico. Questa narrazione trova terreno fertile perché molte persone non hanno gli strumenti per distinguere un dato scientifico da una tesi costruita ad arte. A questo si aggiunge un aspetto umano: il cambiamento climatico genera paura, perché significa mettere in discussione il nostro modello di sviluppo e il nostro futuro. Per qualcuno diventa quindi più rassicurante negare il problema piuttosto che accettarne la realtà. È una reazione comprensibile sul piano psicologico, ma resta incompatibile con l’evidenza dei dati.
Per quanto riguarda gli improvvisati della meteorologia, siamo purtroppo invasi da ragazzi, a volte anche molto giovani, che sul web lanciano previsioni troppo “azzardate” pur non avendo i titoli necessari per prendersi certe responsabilità. Lei cosa ne pensa?
Dall’altra parte ci sono gli improvvisati della meteorologia. Anche qui il problema non è soltanto il singolo individuo che pubblica una previsione sui social. Il vero problema è che in Italia manca ancora una disciplina normativa chiara della professione del meteorologo. Questa lacuna permette a chiunque, anche senza alcuna formazione specifica, senza competenze e senza responsabilità professionali, di presentarsi al pubblico come esperto del settore. La meteorologia è una disciplina scientifica complessa. Non significa guardare due mappe e pubblicare un post sui social. Richiede conoscenze di fisica dell’atmosfera, dinamica, modellistica numerica, climatologia e capacità di interpretare dati spesso molto complessi. Ridurre tutto questo a un’attività improvvisata significa svilire una professione e, soprattutto, rischiare di fornire informazioni errate ai cittadini. Il paradosso è che proprio il cambiamento climatico rende la meteorologia sempre più centrale nel dibattito pubblico. Gli eventi estremi sono più frequenti, l’attenzione mediatica è enorme e quindi cresce anche la ricerca di visibilità. Alcuni sfruttano questo interesse per costruire consenso, clic e notorietà, senza avere le competenze necessarie. E i social network, che premiano l’engagement e non la qualità scientifica dei contenuti, amplificano ulteriormente il fenomeno.
Quindi a chi è rivolto il suo disappunto?
È rivolto soprattutto verso chi non ha ancora colmato questo vuoto normativo. Se manca una legge che definisca requisiti, competenze e responsabilità della professione, è inevitabile che il settore venga occupato anche da chi non possiede alcun titolo. È una responsabilità del legislatore, non solo di chi approfitta della situazione. C’è poi un altro aspetto che considero fondamentale. I mezzi di informazione hanno una grande responsabilità. Quotidiani, televisioni, radio e testate online dovrebbero scegliere con maggiore attenzione a chi affidare la divulgazione meteorologica e climatica, privilegiando professionisti qualificati. Sarebbe già questo un enorme passo avanti nel ridurre lo spazio riservato all’improvvisazione.
Sui social media, però, la situazione è inevitabilmente più difficile.
La libertà di pubblicazione consente a chiunque di diffondere qualsiasi contenuto, spesso senza alcun controllo di qualità. Non riguarda soltanto la meteorologia: è un problema che investe ogni ambito della comunicazione. Ma proprio per questo diventa ancora più importante che i cittadini imparino a distinguere una fonte autorevole da chi cerca soltanto visibilità.
Alla fine, ci faccia capire una cosa: i negazionisti e gli improvvisati hanno un elemento in comune: entrambi alimentano confusione.
I primi negano ciò che l scienza dimostra; i secondi parlano di una scienza che non conoscono. In entrambi i casi, a pagare il prezzo sono i cittadini, che hanno invece diritto a un’informazione seria, competente e fondata sui dati, non sulle opinioni o sulla ricerca di consenso.
Ci dica la verità Rabito, cosa le dà davvero più fastidio?
Il problema non sono i social in sé, ma l’uso che se ne fa. Accanto a tanti appassionati seri, che divulgano la meteorologia con passione, competenza e rispetto per la scienza e per i professionisti, esistono purtroppo anche i cialtroni del web. Sono facilmente riconoscibili: usano un linguaggio sensazionalistico, toni costantemente esasperati e titoli iperbolici, perché hanno capito che sui social più si urla, più si spaventa e più si ottengono clic, follower e visibilità. È una logica che premia l’attenzione, non la qualità dell’informazione. Per questo è fondamentale che gli utenti sviluppino spirito critico, imparando a distinguere chi divulga con serietà da chi cerca soltanto notorietà. Se i cialtroni meritano una ferma condanna, gli appassionati autentici vanno invece sostenuti, perché rappresentano un valore per la diffusione della cultura scientifica. La passione, però, deve sempre accompagnarsi all’umiltà e al rispetto delle competenze, senza pretendere di sostituirsi ai professionisti o di invadere un ambito che richiede studio, esperienza e responsabilità.
M.L.