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Medici di famiglia e app che promuovono visite private: è polemica in Veneto dopo l’indagine dell’ordine dei medici

Le app nate per semplificare il rapporto tra cittadini e medici di famiglia finiscono al centro di una controversia sul confine tra sanità pubblica e prestazioni private. A sollevare il caso è l’Ordine dei Medici di Padova, che ha avviato accertamenti sull’utilizzo di alcune piattaforme digitali che, accanto ai servizi per gestire appuntamenti, prescrizioni e documenti clinici, propongono anche screening e visite specialistiche a pagamento.

Una vicenda sulla quale intervengono ora le consigliere regionali del Partito Democratico Chiara Luisetto, vicepresidente della commissione Sanità e prima firmataria, Anna Maria Bigon e Monica Sambo. Le tre esponenti dem hanno depositato un’interrogazione rivolta all’assessore regionale alla Sanità, Manuela Gerosa, per chiedere alla Giunta di fare chiarezza e valutare eventuali interventi.

«È vergognoso che strumenti nati per facilitare il rapporto tra cittadini e Servizio sanitario nazionale si trasformino in canali per la sanità privata», sostengono le consigliere, che chiedono misure a tutela della trasparenza e del diritto alla salute.

Le notifiche e le proposte di visite a pagamento

Il caso, riportato dal Corriere del Veneto il 29 ottobre, riguarda piattaforme utilizzate anche in Veneto dai medici di medicina generale per ridurre il carico delle attività di segreteria e rendere più semplice la comunicazione con i pazienti.

Tra gli esempi citati dalla stampa c’è Doctolib. L’applicazione consente di contattare il proprio medico, richiedere appuntamenti e trasmettere documentazione sanitaria, ma può presentare anche suggerimenti di visite specialistiche in regime privato, con indicazioni sui relativi costi. Tra le prestazioni riportate figurano visite cardiologiche, ginecologiche ed ecografie.

Il punto critico è proprio la coesistenza, nello stesso ambiente digitale, di servizi legati all’assistenza sanitaria convenzionata e proposte commerciali di prestazioni a pagamento. Un paziente che scarica l’app per comunicare con il proprio medico potrebbe infatti ritrovarsi esposto a notifiche e messaggi che invitano a prenotare esami o consulti privati.

Secondo le consigliere del Pd, questa sovrapposizione rischia di compromettere la trasparenza del rapporto con il medico di famiglia e di trasformare un canale di comunicazione sanitaria in uno strumento di promozione della sanità privata.

L’indagine dell’Ordine dei Medici

A intervenire sulla vicenda è stato l’Ordine dei Medici di Padova, che ha annunciato approfondimenti e invitato gli iscritti a segnalare eventuali comportamenti anomali delle piattaforme utilizzate.

L’obiettivo è verificare le modalità con cui questi strumenti vengono impiegati e chiarire quali garanzie debbano essere assicurate ai pazienti. Anche la Federazione italiana medici di medicina generale di Padova, secondo quanto riportato dalla stampa, ha annunciato verifiche e iniziative informative rivolte ai propri iscritti.

Le applicazioni rispondono a un’esigenza concreta degli ambulatori, spesso alle prese con un elevato numero di richieste e risorse amministrative insufficienti. Tuttavia, la loro utilità organizzativa non elimina la necessità di garantire che la comunicazione con il medico non si confonda con la pubblicità di prestazioni private.

Privacy e diritto alla salute sotto osservazione

Oltre alla possibile promozione di visite a pagamento, la questione riguarda la gestione dei dati personali e sanitari degli utenti. Per accedere a determinati servizi, infatti, può essere necessario creare un account e inserire informazioni identificative, mentre alcune piattaforme consentono anche la trasmissione di referti e altri documenti clinici.

Il Garante per la protezione dei dati personali ha pubblicato nel marzo 2024 un compendio dedicato proprio alle piattaforme digitali che mettono in contatto pazienti e professionisti sanitari. Il documento richiama gli obblighi relativi alla trasparenza del trattamento, alla definizione delle responsabilità e alla sicurezza delle informazioni, distinguendo i dati utilizzati per servizi amministrativi da quelli trattati per finalità di diagnosi e cura.

La presenza di una piattaforma privata, dunque, non costituisce di per sé una violazione, ma richiede il rispetto delle regole applicabili e una chiara informazione agli utenti.

La richiesta alla Giunta regionale

Con l’interrogazione, Luisetto, Bigon e Sambo chiedono all’assessore Gerosa e alla Giunta di chiarire se siano a conoscenza delle criticità segnalate e quali iniziative intendano assumere.

Le consigliere sollecitano in particolare indicazioni precise per tutelare la riservatezza dei dati dei cittadini veneti e impedire commistioni poco trasparenti tra il servizio pubblico e l’offerta privata.

M.L.

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