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Proteste pacifiche a Thiene e Schio, studenti, lavoratori, ma anche semplici cittadini in piazza. “Stop razzismo”

Centinaia di giovani, ma anche genitori e nonni sono scesi in piazza stamattina a Schio, dove sono stati raggiunti da un nutrito gruppo di Thiene. Una manifestazione pacifica contro la vita cara, la fatica di chi fa fatica ad arrivare a fine mese, ma le parole che colpivano erano quelle sul razzismo. Un fenomeno che tutti negano, ma che esiste forte: basta guardare i social e leggere frasi che lo contengono senza ombra di dubbio.

Ma stamattina a Schio, il corteo era composto da giovani e persone di ogni etnia, tutti accomunati dalla volontà di voler esserci e se qualche ben pensante si tratta di una scusa per non andare a scuola, anche questo tipo di iniziative fanno parte di un percorso di crescita che non dovrebbe essere demonizzato. “Eppure – spiega Alessandra C., 44 anni, presente alla manifestazione – è più facile contestare questi giovani che scendono in piazza che guardare dentro casa ad un figlio che è incollato alla play station o esce e spende 300 euro a sera con i soldi di papà e l’auto di grossa cilindrata senza avere voglia di lavorare. Io sono più orgogliosa della mia che è qui in mezzo ad altri coetanei”.

“Ci dicono che vogliamo fare casino – spiega un giovane minorenne – , chieda pure alla Polizia se ci sono stati disordini. Le dirà no, avevamo solo voglia di esserci e gli adulti, la politica, certi genitori, dovrebbero ascoltarci senza considerarci dei teppisti solo per colpa di chi usa le manifestazioni per delinquere. I giovani non sono tutti così, siamo teste che pensano, che hanno paura del futuro e che hanno degli ideali. Con la scusa dei disordini ci trattano da delinquenti e ci tappano la bocca”.

Dopo la mobilitazione a Schio , fiaccolata a Thiene contro carovita e riarmo

Dopo la mobilitazione della mattinata a Schio , la protesta prosegue anche a Thiene. Questa sera, alle 20, è in programma una fiaccolata al Park Bosco, organizzata nell’ambito della giornata di sciopero generale. L’iniziativa è stata annunciata dai promotori della mobilitazione, che hanno invitato cittadini e lavoratori a partecipare per mantenere alta l’attenzione sulle questioni al centro della protesta: il carovita, il riarmo, le spese militari e quelli che vengono definiti come continui tagli ai diritti e ai servizi pubblici.

«Non possiamo e non vogliamo restare in silenzio», è il messaggio lanciato dagli organizzatori, che contestano le risorse destinate agli armamenti mentre, a loro giudizio, vengono richiesti sacrifici alla popolazione e ridotti gli investimenti nei servizi.

Nel comunicato diffuso per annunciare l’appuntamento viene richiamata anche la mobilitazione di Schio, che avrebbe visto migliaia di persone scendere in piazza. “Diranno che siamo quattro gatti sui social, ma per me è stato importante esserci stamattina – racconta una studentessa thienese -. Credo che la stampa stia dando una versione distorta di quanto sta accadendo in Italia e vengono tutti descritti come dei malviventi, maranza e scansafatiche”

La fiaccolata di Thiene, spiegano gli organizzator4,  vuole quindi rappresentare un ulteriore momento di protesta e solidarietà, con un appello a proseguire la mobilitazione nelle piazze, nelle scuole e nei luoghi di lavoro.

L’appuntamento è fissato per le 20 al Park Bosco, dove i partecipanti sono invitati a portare fiaccole e a prendere parte alla manifestazione.

«Il razzismo non è soltanto a destra, è radicato in tutta la società»: Kaabouri rompe il silenzio sulle discriminazioni

«Viviamo in un Paese attraversato da un razzismo sistemico, che non appartiene soltanto alla destra, ma attraversa tutta la società. Da destra a sinistra». È una presa di posizione netta quella di Alaeddine Kaabouri, consigliere comunale di Thiene e insegnante Engim, che interviene sul tema delle discriminazioni razziali con una riflessione che va oltre le contrapposizioni politiche e chiama in causa l’intera società. Secondo Kaabouri, il razzismo non si manifesta soltanto attraverso le dichiarazioni di esponenti politici come Matteo Salvini o Roberto Vannacci, ma è un fenomeno più profondo, radicato nelle istituzioni, nella scuola, nella politica e nella quotidianità. Un problema che può riguardare anche persone che si definiscono progressiste e antirazziste, ma che non sempre riconoscono i pregiudizi presenti nei propri comportamenti.

Una delle manifestazioni più frequenti è quella delle discriminazioni apparentemente banali, che spesso vengono minimizzate. Kaabouri cita l’esempio di un insegnante che storpia il nome di uno studente perché non vuole imparare a pronunciarlo correttamente. Ma anche le difficoltà di chi cresce in Italia senza essere riconosciuto pienamente come parte della comunità, perché privo della cittadinanza italiana. È una questione che riguarda direttamente le seconde generazioni, persone nate o cresciute nel nostro Paese che continuano a dover rivendicare il riconoscimento della propria appartenenza. «Siamo natə o cresciutə qui, ma dobbiamo ancora lottare per il riconoscimento della cittadinanza», osserva.

«Non puoi nasconderti dietro l’ironia»

Nel suo intervento Kaabouri affronta anche un fenomeno molto diffuso: le battute sul nome, sul colore della pelle, sulle origini o sulla cultura di una persona. Episodi che spesso vengono liquidati con la classica giustificazione: «Ma dai, stavo scherzando! Non si può più dire niente!». Per il consigliere thienese, però, l’ironia non può diventare uno strumento per sottrarsi alla responsabilità delle proprie parole. Una battuta può essere discriminatoria anche quando viene presentata come uno scherzo, e chi la subisce non deve essere costretto a ridere o a tacere per non passare dalla parte di chi esagera.

La riflessione si sposta quindi anche sugli ambienti progressisti, dove secondo Kaabouri esiste il rischio di condannare le discriminazioni quando provengono da una determinata area politica, senza riconoscere quelle presenti nei propri contesti di riferimento.

«Non basta definirsi antirazzistə per esserlo», è uno dei passaggi più significativi del suo intervento. L’antirazzismo, sostiene, richiede la capacità di mettersi in discussione, riconoscere i propri privilegi e individuare quei pregiudizi che possono essere stati interiorizzati senza rendersene conto.

Le seconde generazioni chiedono spazio e rappresentanza

Il punto centrale del messaggio riguarda infine il ruolo delle seconde generazioni nella società italiana. Non più soltanto persone di cui parlare quando si affrontano i temi dell’integrazione e della discriminazione, ma cittadini che vogliono partecipare attivamente alla vita pubblica, prendere parola e contribuire a costruire il cambiamento.

Una richiesta di rappresentanza che si lega direttamente alla necessità di superare una visione dell’antirazzismo limitata alle dichiarazioni di principio.

Kaabouri , infine, fa un richiamo alla responsabilità collettiva: «L’antirazzismo non può essere uno slogan da tirare fuori quando fa comodo. Deve essere una pratica quotidiana, collettiva e soprattutto politica».

di redazione AltovicentinOnline

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