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Schio. L’esodo istriano, l’infanzia spezzata. Il racconto di AnnaMaria

Aveva appena sette anni. Era il 1948. Frequentava la prima elementare a Isola d’Istria un piccolo centro istriano affacciato sull’Adriatico, a pochi chilometri da Trieste. Lì era nata, lì viveva con i genitori e il fratello minore. Accanto i nonni, gli zii, gli amici. Un mondo semplice, dove si parlava italiano a casa e per strada.  Un’infanzia serena, bruscamente interrotta dagli eventi che travolsero l’Istria, la Dalmazia, Fiume, durante e dopo la Seconda guerra mondiale. Oggi AnnaMaria Marussi Massalin, 85 anni, esule istriana, racconta quella storia con una lucidità sorprendente, nonostante siano passati quasi ottant’anni. Da oltre un decennio accompagna visitatori e scolaresche nella mostra fotografica Il Giorno del Ricordo, ospitata anche quest’anno fino al 22 febbraio a Palazzo Toaldi Capra a Schio, in occasione della ricorrenza nazionale del 10 febbraio. La mostra, curata dallo storico Guido Rumici per l’ANGDV – Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, ripercorre la storia dell’Istria e della Venezia Giulia fino ai tragici eventi del Novecento: le foibe, l’esodo, l’abbandono forzato di terre abitate per secoli da comunità italiane.

Il suo racconto è personale ma mai indulgente
Parte sempre dal contesto storico, ma poi si ferma sui dettagli, quelli che restano impressi. «Io ero piccola, non capivo tutto. Però sentivo che qualcosa stava cambiando. Si parlava sottovoce, qualcuno “spariva”, e non si facevano più domande».

Il primo trauma arriva nel 1943, con l’armistizio e l’ingresso dei partigiani di Tito in Istria dopo l’8 settembre. Poi, nel 1945, la fine della guerra e il vuoto di potere. «Ricordo una scena che non ho mai dimenticato – racconta – una colonna di prigionieri scortati dai partigiani. E ricordo un uomo che venne a casa nostra, con il fucile a tracolla, a cercare mio padre». Suo padre, disegnatore tecnico per un’azienda conserviera, era già fuggito. «Era stato avvisato: alcuni amici erano spariti. Capì che non era più sicuro restare». La decisione del padre di andarsene – nel 1947, fu dettata, oltre che dai sentimenti di appartenenza all’identità italiana, invisa al regime di Tito, anche dalla paura, paura di sparire nel nulla come era capitato ad altri. Una fuga improvvisa ma meditata con l’urgenza di trovare un posto sicuro dove far crescere i propri figli. Nel febbraio del 1948, la famiglia lascia Isola per raggiungere il capofamiglia, che si era stabilizzato a Trieste. La casa resta lì.

A Trieste l’accoglienza è dura. “Eravamo migliaia di esuli: noi vivemmo dapprima in un piccolo alloggio in centro città e poi in un’abitazione di edilizia popolare messa a disposizione dei profughi. Ad altri andò peggio: molti finirono nei campi profughi disseminati ovunque nella penisola, dal Piemonte alla Sardegna, in strutture fatiscenti o, come a Trieste, nel silos, enorme struttura commerciale riconvertita in ricoveri di fortuna. Erano stati costruiti per stoccare il grano, non per le persone. C’erano centinaia, migliaia di persone. Poca aria, pochissima privacy. Una luce fioca sempre accesa. In quel silos si ammalarono in molti, anche di tubercolosi”.

AnnaMaria cresce in quel contesto. Studia, va a scuola, cerca una normalità. Ma il marchio di “profuga” pesa. «Non eravamo visti come persone che avevano perso tutto, ma, molto spesso, etichettati come fascisti per non aver voluto restare in un paese che sarebbe diventato una repubblica socialista.

A Trieste incontra anche quello che diventerà suo marito, esule di Fiume. Due storie simili, due sradicamenti che si incontrano. Anni dopo, nel 1968, il trasferimento a Schio, dove il marito aveva chiesto il trasferimento nell’azienda assicurativa per cui lavorava e dove cresceranno i tre figli.

Il ritorno alla memoria arriva molto più tardi, anche grazie all’istituzione del Giorno del Ricordo. «Per anni non se n’è parlato, nemmeno in famiglia, dove prevaleva uno spirito protettivo da parte dei miei genitori. Poi ho sentito che era il momento di raccontare».

Da allora, ogni febbraio, AnnaMaria anima la mostra. «Io parto sempre dalla storia dell’Istria. Ma poi racconto anche piccoli episodi: l’asino per andare in campagna, le vendemmie, le case con i cortili. Perché la Storia non è fatta solo di date, ma di vite ed i ragazzi amano ascoltare i racconti. Capiscono che non è una storia lontana. È una storia di giovani come loro».

La mostra Il Giorno del Ricordo diventa così un passaggio di testimone, affidato alla voce di chi c’era. «Noi stiamo scomparendo – dice AnnaMaria con serenità – per questo è importante raccontare adesso». La mostra è visitabile fino a domenica 22 febbraio. Orari di visita: mercoledì 10–12, venerdì 15.30-19, sabato e domenica 10-12  e 15.30-19 Le visite guidate, gratuite, sono affidate proprio ad AnnaMaria Marussi Massalin.

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