È partita lunedì 24 agosto la nuova campagna di scavi archeologici sul colle (Grumo) dei Ravagni, a Poleo di Schio, che proseguirà per tutto il mese di settembre. Le indagini fanno seguito ai sondaggi preliminari condotti nel 2025 dalla Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per le province di Verona, Rovigo e Vicenza, che avevano portato all’individuazione sul colle di un sito protostorico di grande interesse per la storia del territorio dell’Alto Vicentino.
Le indagini in corso, finanziate dal Ministero della Cultura tramite un fondo ad hoc per la tutela delle aree d’interesse archeologico, sono condotte direttamente dalla Soprintendenza con la direzione scientifica della dott.ssa Giulia Pelucchini, mentre sul campo sono eseguite dalla Società Cooperativa Nea Archeologia sotto la direzione operativa del dott. Riccardo Mantoan. Fondamentale anche il contributo dell’ispettore onorario Michele Busato, che per primo aveva segnalato i rinvenimenti nella zona, e del prof. Andrea Ghiotto, che ha seguito lo scavo fin dalle sue prime fasi.
“Le indagini condotte a Poleo hanno portato all’individuazione di un sito protostorico che restituisce materiali e strutture in via preliminare databili all’Età del ferro” dichiara il Soprintendente . Andrea Rosignoli “che testimoniano in maniera inequivocabile la frequentazione del colle in epoca antica. La campagna di quest’anno, resa possibile anche grazie alla disponibilità dei proprietari dell’area (C.A. e V.A.), si prefigge come obiettivo quello di chiarire le dinamiche di insediamento della zona, per accertare quale fosse il suo uso antico. I dati emersi lo scorso anno ci portano a formulare varie ipotesi, tra cui non è da escludere la presenza di un sito d’altura a vocazione cultuale. Da ciò è nata l’esigenza di approfondire gli scavi dello scorso anno, al fine di garantire la tutela e la conservazione del contesto emerso, che costituisce un importante nuovo elemento per la conoscenza dell’archeologia del territorio scledense, storicamente frequentato sin da epoche remotissime”.
Il progetto prevede anche un percorso di “archeologia pubblica”, pensato per coinvolgere la popolazione locale e offrire una prima restituzione preliminare del lavoro svolto. L’evento finale è in programma per il prossimo 27 novembre, contribuendo così a formare una coscienza culturale diffusa attorno al rispetto e alla protezione del patrimonio archeologico. È prevista una giornata di apertura degli scavi rivolta alla cittadinanza (26 settembre in occasione delle GEP – Giornate Europee del Patrimonio) e una serie di giornate dedicate alle scuole, in particolare alle classi dei licei che stanno approfondendo lo studio dell’epoca a cui risalgono i ritrovamenti.
“La campagna di scavi ha un doppio valore, storico e pubblico”, commenta l’assessore alla Cultura del Comune di Schio, Marco Gianesini. “Sul piano culturale, le indagini di Poleo stanno riscrivendo un pezzo della storia più antica del nostro territorio: individuare un nuovo sito archeologico permetterà di aggiungere un tassello fondamentale a un mosaico che già comprendeva il colle del Castello di Magrè il Castello di Schio, il Castellon di Cà Trenta, il Castellaro di Sessegolo – tutte aree già segnalate e parzialmente indagate da Guido Cibin e Giovanni Piccoli), restituendo l’immagine di un’area densamente frequentata fin da epoche remotissime. Ma altrettanto importante è il valore pubblico di questa operazione, perché non si tratta di uno scavo chiuso agli addetti ai lavori: grazie al percorso di archeologia pubblica, apriremo il cantiere alla cittadinanza e alle scuole, che potranno vedere da vicino come nasce la conoscenza storica di un territorio. Un modello che consentirà di far toccare con mano ai più giovani le proprie radici e accrescere la sensibilità verso la tutela del patrimonio archeologico e culturale che abbiamo la fortuna di avere sotto casa”.
Le scoperte di Poleo si collocano in un contesto territoriale già noto per la presenza di siti di grande rilievo archeologico. A Magrè, sul cosiddetto “colle del Castello” — un’altura di circa 50 metri caratterizzata dalla chiesa di San Rocco e da una torre medievale — Giovanni Piccoli rinvenne nel 1912 diversi reperti, tra cui corna di cervo con iscrizioni alfabetiche. I successivi sondaggi rivelarono una frequentazione dell’area in epoca medievale e romana, ma le evidenze più significative risultarono quelle preromane: sul colle sorgeva infatti un importante luogo di culto, con una struttura destinata alla deposizione di offerte votive, resti di ossa animali in parte combuste (verosimilmente legati a sacrifici), oggetti in bronzo e reperti ceramici.