- AltoVicentinOnline - https://www.altovicentinonline.it -

Zamboni, la bottega che non vendeva solo cose: custodiva un pezzo di Thiene

 

Prima delle luci fredde e delle corsie tutte uguali, in centro c’era un negozio capace di fare una cosa rarissima: trasformare la spesa in un rito, l’acquisto in una carezza, il passaggio in un ricordo che ancora oggi — basta chiudere gli occhi — profuma di spezie e caramelle.

Non un negozio: una soglia

Nei racconti raccolti tra le persone, Zamboni non è mai “solo” un’insegna. È una soglia. Attraversavi la porta e ti sembrava di entrare in un mondo diverso: più caldo, più lento, più umano. C’è chi lo dice senza giri di parole: “Entrarvi era una magia”. E chi lo chiama “la bottega delle meraviglie”. Perché lì non si andava soltanto a comprare: si andava a sentirsi a casa.

La vetrina: lo spettacolo civile del paese

Il cuore del ricordo collettivo è la vetrina. Non una vetrina qualunque, ma una promessa. Soprattutto a gennaio, quando arrivava l’Epifania: la Befana non era un dettaglio, era un appuntamento. “Per la Befana facevano una vetrina fantastica”, scrive qualcuno; un’altra voce confessa: “Se chiudo gli occhi la vedo ancora, la Befana della vetrina”. Era uno spettacolo gratuito, per tutti: bambini con il naso attaccato al vetro, adulti che sorridevano senza farsi vedere.

Profumi, spezie, caramelle: la memoria che passa dal naso

Se c’è una cosa che torna ossessiva, è l’odore. “Ricordo ancora il profumo di spezie e caramelle”, dice una persona. Un’altra aggiunge: “Quando passo davanti mi sembra di sentirlo ancora”. Dentro si mescolavano cannella, chiodi di garofano, spezie “vere”, e poi dolci, liquirizie, cioccolatini. Non era solo gusto: era atmosfera. Era quel profumo che usciva dalla porta e ti chiamava come un invito gentile: entra.

Il negozio-rituale: la spesa come premio

Molti non ricordano l’acquisto: ricordano l’evento. “Non si poteva passare davanti senza entrare”, scrive qualcuno. E un commento colpisce perché dice la verità di un’epoca: “Per noi era un premio andare a fare una spesina”. Un premio. Cioè una piccola felicità concessa, guadagnata, condivisa. Ecco perché quel luogo resta: perché sapeva dare dignità alle cose semplici.

Le persone: gentilezza, conto a mano, fiducia

In mezzo a tanti ricordi, uno brilla più degli altri: la qualità umana. I titolari, i fratelli Zamboni, vengono ricordati prima di tutto per la loro presenza: discreta, costante, rassicurante. Accanto ai titolari, i fratelli Zamboni (Paolo e Giuseppe, per tutti Beppe), nelle foto d’epoca e nei ricordi affiorano anche i volti di alcuni storici commessi: Piero Fraccaro, Battista Stella e Giovanni Rech. “Cordialità e benevolenza”, “personale gentile e competente”. E poi un dettaglio che oggi sembra quasi impossibile: la nostalgia del “conto fatto a mano”. Non era lentezza: era cura. Era sentirsi riconosciuti. C’è chi ricorda perfino l’accoglienza: chi arrivava in centro “a cantare la stella” e veniva ospitato con cioccolata. Un negozio che sapeva essere anche casa, senza bisogno di dirlo.

Non era solo dolce: era un mondo

Zamboni, nelle parole della gente, era “come un bazar”: aveva di tutto. E nei racconti affiorano persino le “cantine” con terre e ossidi, colori, piccoli oggetti. Forse è questo il segreto: non la quantità, ma la sorpresa. Quella sensazione infantile di uscire con un sacchetto e con la certezza di aver visto qualcosa di bello.

La chiusura: quando una città perde un pezzo di sé

A un certo punto, nei commenti, la nostalgia si fa ferita. “Adesso ci mancano quei negozi così”, scrive qualcuno. E diventa desiderio: “Sarebbe bello riaprire una realtà simile… con umiltà e semplicità”. Qualcuno ricorda amaramente che, quando si chiuse, “la miglior offerta arrivò da una banca”. È il riassunto di un passaggio storico: i luoghi della relazione cedono spazio ai luoghi del rendimento. Ma la gente continua a passare davanti e a “vederlo” ancora: perché certe botteghe, in realtà, non chiudono mai del tutto.

Sei di Thiene Se…: l’archivio popolare che tiene vivo il ricordo

Oggi Zamboni non vive soltanto nei racconti “a voce”: vive anche nei social. Il gruppo Sei di Thiene Se… funziona come un album civico: pubblica foto, riattiva dettagli e, soprattutto, trasforma i commenti in didascalie collettive. Non è semplice nostalgia: è un modo con cui la città ricuce pezzi di identità — prodotti, odori, rituali, persone, stagioni — e li consegna a chi non c’era. È memoria di prossimità che diventa archivio, senza bisogno di timbri.

“La memoria è l’unico paradiso dal quale non possiamo essere cacciati.” (Cit.)

mds

Ti è piaciuto questo articolo? Condividilo su: