Ci sono storie che si leggono con gli occhi di chi osserva. E ce ne sono altre che, invece, si comprendono soltanto quando si è stati dall’altra parte: quella di un genitore costretto a guardare il proprio figlio combattere contro una malattia. È da questa esperienza personale che nasce la testimonianza di Marika Zanin, mamma di Thiene, intervenuta dopo l’articolo dedicato alla drammatica vicenda di Francesco, il quattordicenne vicentino la cui morte è al centro di un procedimento giudiziario.
È una storia che ha scosso il vicentino, ma non solo, quella di Francesco Gianello, 14 anni, morto nel gennaio 2024 dopo una malattia oncologica. Una morte sulla quale oggi dovrà fare luce la Corte d’Assise di Vicenza: i genitori del ragazzo sono imputati di omicidio volontario con dolo eventuale. Secondo la ricostruzione della Procura e quanto emerso dalle perizie, Francesco avrebbe avuto concrete possibilità di sopravvivere se avesse seguito il percorso oncologico indicato dai medici. I genitori avrebbero invece scelto di interrompere le cure tradizionali e affidarsi al metodo Hamer, una teoria priva di fondamento scientifico. La difesa contesta il nesso tra le scelte terapeutiche e la morte del ragazzo. Saranno ora i giudici a stabilire cosa sia realmente accaduto e se vi siano responsabilità penali.
È proprio davanti a una storia come questa che la testimonianza di Marika Zanin assume un peso particolare. Diciassette anni fa, infatti, anche lei ha perso suo figlio Andrea, morto prima di compiere cinque anni a causa di una malattia. Marika non parla quindi soltanto da osservatrice. Parla da madre che ha conosciuto la malattia del proprio figlio, la paura, la speranza e, infine, il dolore più grande: perderlo. La sua posizione è netta. “So cosa significa guardare un figlio negli occhi mentre è malato. So cosa significa avere paura. So cosa significa aggrapparsi anche alla più piccola speranza. E proprio per questo c’è una cosa che non ho mai messo in discussione: la medicina. Nemmeno per un minuto”. Parole che arrivano da una donna che quella paura l’ha conosciuta direttamente e che oggi, davanti alla vicenda di Francesco, non riesce a comprendere come un genitore possa rinunciare anche a una sola possibilità di salvare la vita del proprio figlio.
“Anche una possibilità su un milione”
Marika affronta il tema più difficile: quello della scelta delle cure quando ad ammalarsi è un bambino. “Anche se la possibilità di salvarlo fosse stata una su un milione, non gli avrei mai negato quella possibilità”. Per lei, quindi, il punto non è soltanto la fiducia nei medici, ma la responsabilità che gli adulti hanno nei confronti di chi non può decidere autonomamente. “Perché la vita di un bambino non appartiene alle convinzioni dei genitori. Un bambino non può scegliere per sé, e proprio per questo gli adulti hanno il dovere di proteggerlo, non di sostituire le cure con le proprie convinzioni”.
Parole forti, che nonostante gli anni passati raccontano ancora di una paura che può gelare un genitore quando si trova davanti ad una diagnosi terribile, che riguarda il proprio figlio. “Davanti alla malattia si può avere paura. Si può essere disperati. Si può perfino essere confusi”, aggiunge Marika ma, secondo la sua esperienza, esiste un punto oltre il quale la paura rischia di trasformarsi in qualcosa di molto più grave. “Ma quando la paura e l’ignoranza diventano il motivo per cui a un bambino viene negata una cura, le conseguenze non sono più soltanto una scelta personale: possono diventare irreversibili”. È soprattutto questo il passaggio che la mamma di Andrea vuole consegnare: la libertà degli adulti, sostiene, non può essere considerata separatamente dalla responsabilità verso un figlio che non ha la possibilità di decidere.
“Chi restituisce a un bambino la possibilità che gli è stata tolta?”
Di fronte alla morte di Francesco, Marika dice di non riuscire a trovare parole concilianti. “Mi chiedo soltanto: chi restituisce a un bambino la possibilità che gli è stata tolta?”. È una domanda che nasce anche dalla sua esperienza di madre. Lei sa che cosa significhi sperare, avere paura e cercare una possibilità quando la malattia colpisce un figlio. E proprio per questo aggiunge: “perché gli adulti possono cambiare opinione e pentirsi. Un bambino morto non può fare nessuna di queste cose”. Una frase durissima, che racchiude il senso della sua testimonianza, ma anche una ferita che, a distanza di diciassette anni, non si è mai chiusa. Andrea aveva meno di cinque anni quando la malattia lo portò via, ma il ricordo che Marika custodisce di lui non è soltanto quello della sofferenza. “Nonostante la malattia, il sorriso in Andrea non mancava mai. Ed era contagioso”. È in quel sorriso che, ancora oggi, Marika ritrova il suo bambino: una presenza capace di illuminare anche i giorni più difficili e che il tempo non ha cancellato.
“La vita di un bambino dovrebbe venire prima di tutto”
Marika conclude con un principio che, nella sua esperienza, viene prima di qualsiasi convinzione personale. “Quando l’ignoranza porta a negare a un bambino una cura, non stiamo più parlando soltanto di libertà di scelta. Stiamo parlando del prezzo che può pagare chi quella scelta non l’ha mai potuta fare”. E infine: “la vita di un bambino dovrebbe venire prima di tutto. Prima delle paure. Prima delle ideologie. Prima delle convinzioni degli adulti. Sempre”. Parole che arrivano da una madre che ha già conosciuto il dolore della perdita e che oggi sceglie di intervenire pubblicamente su una vicenda ancora al vaglio della magistratura. Non per raccontare quella di Francesco, che spetterà ai giudici ricostruire, ma per testimoniare cosa abbia significato per lei, da madre, affrontare la malattia del proprio figlio e scegliere di affidarsi alla medicina.
Paola Viero