Non più episodi isolati da archiviare in fretta, non più solo cronaca. A Thiene, ma anche nei paesi vicini, emerge una generazione che sembra non sapere trovare il proprio posto nel mondo. Giovani, anche minorenni, che saltano alla ribalta della cronaca. Per aggressioni, rapine, risse, vandalismo, bullismo. Ragazzi che, nel racconto pubblico, diventano rapidamente ‘baby gang’. Ne parliamo con Francesco Crivellaro, dirigente scolastico dell’Istituto Comprensivo di Thiene, che ogni giorno osserva da vicino il mondo dei più giovani. Uno sguardo che prova a tenere insieme preoccupazione e fiducia, mettendo a fuoco non solo i problemi, ma anche le possibili strade per accompagnare le nuove generazioni nel loro percorso di crescita.
Recenti fatti di cronaca che hanno coinvolto giovani e giovanissimi a Thiene preoccupano molto l’opinione pubblica. Dal suo punto di vista, siamo di fronte a un’emergenza reale o al segnale di un cambiamento più profondo nel mondo giovanile?
“Mi sembra che non ci siano dubbi sul fatto che il mondo giovanile è profondamente cambiato e non dico rispetto a 15-20 anni fa, cosa abbastanza naturale, ma anche soltanto rispetto a 10 o addirittura a 5 anni fa. Penso che il Covid abbia ‘segnato’ in modo profondo i più piccoli e i più giovani, che poi sono i preadolescenti e i giovanissimi di oggi. Ma sono cambiati anche i contesti di vita in cui sono inseriti: famiglia, scuola, mondo dell’associazionismo. E’ chiaro che di fronte a tutto questo molti ragazzi si trovano disorientati, in difficoltà nel vivere relazioni vere, reali e non virtuali, fatte di messaggini scambiati in chat sui social. All’interno di questo mondo, poi, c’è una percentuale significativa, di cui cioè tutti possiamo accorgerci, che assume comportamenti devianti, di opposizione alle regole sociali e questa parte rappresenta un’emergenza reale, una sfida che tutti, famiglie, istituzioni, scuola, associazioni dobbiamo raccogliere”
La scuola è spesso il primo luogo in cui certi disagi affiorano: cambiamenti di comportamento, fragilità emotive, difficoltà nelle relazioni. Lei osserva ogni giorno bambini e preadolescenti: ha notato negli ultimi anni trasformazioni significative nel loro modo di stare con gli altri?
“Premesso che una buona percentuale di bambini e ragazzi vive le relazioni senza particolari problemi, in modo sereno , aperto e costruttivo, abbiamo osservato negli ultimi anni una crescita significativa di alunni caratterizzati da fragilità emotiva e psicologica, ansia, difficoltà di relazione con i coetanei e anche di bambini e ragazzi con problematiche che richiedono l’intervento di specialisti, quali educatori, psicologi e neuropsichiatri e di cure sanitarie. In particolare emerge con frequenza e intensità crescenti la difficoltà a gestire l’ansia, non solo quella naturale che tutti abbiamo provato di fronte alle prove di verifica proposte dai docenti a scuola, ma anche quella che deriva dalla paura di non essere all’altezza dei coetanei, dei compagni di classe: per il modo di vestire, per come si è fisicamente, per non essere sempre performanti e all’altezza della situazione. E perfino delle aspettative dei genitori, che a volte rischiano di ‘soffocare’ i figli perché vorrebbero da loro sempre il massimo, pretenderebbero che non sbagliassero mai! Le difficoltà relazionali sono poi molto più frequenti e ‘pesanti’ rispetto al passato e qui giocano un ruolo determinante i social: nelle chat bambini e preadolescenti usano molto spesso un linguaggio che fa impallidire noi adulti, per volgarità o per la violenza verbale che caratterizzano gli scambi. Comunicare attraverso i social permette di dire ogni cosa, senza rendersi conto delle conseguenze che le parole usate possono avere sulla persona a cui sono rivolte. Quando poi ci si ritrova in presenza è naturale che si scatenino litigi che talvolta possono sfociare in vere e proprie aggressioni verbale o fisiche. Queste però, sono molto spesso favorite, preparate, causate da quanto in precedenza è stato scritto in chat”.
Dietro questi episodi di violenza, che tipo di disagio riconosce più spesso? Rabbia, frustrazione, bisogno di attenzione o altro?
“Direi che le motivazioni sono tante, quelle citate e altre, che io riassumerei in una battuta: i giovani hanno bisogno di essere visti, ascoltati, hanno bisogno che gli adulti si accorgano che esistono anche loro, e non per sentirsi dire cosa devono fare e come devono comportarsi, ma perché noi adulti ascoltiamo quello che loro hanno da dire, chiedere, anche quando devono contestare e protestare. Pensiamo a offrire loro spazi protetti in cui riunirsi, strumenti per esprimere la loro creatività, occasioni per proporre qualcosa alla città”.
Scuola, famiglie e istituzioni: è una rete che dovrebbe reggere. Che ruolo hanno oggi i genitori e cosa, secondo lei, si è indebolito nel rapporto educativo?
“Sono fermamente convinto che l’alleanza educativa è condizione reale e necessaria per accompagnare bambini, adolescenti e giovani nel loro percorso di crescita. Dobbiamo collaborare, scambiarci informazioni, fissare obiettivi comuni, usare linguaggi condivisi. Per farlo è necessario che ci incontriamo, che condividiamo progetti, proposte educative, metodologie: dobbiamo parlarci, discutere, chiarirci tra noi. E’ difficile? Richiede tempo? Certamente, ma questo, secondo me, è l’unico modo per far fronte all’emergenza educativa del mondo giovanile. Ai genitori oggi è richiesto un impegno maggiore che nel passato e mi sembra che la necessità di dedicare più tempo proprio all’educazione dei propri figli da molti non sia percepita in modo adeguato. Lo vediamo, per esempio, dal numero davvero molto ridotto di genitori che partecipano a momenti di confronto o ad occasioni di riflessione e ascolto sulle problematiche di bambini e adolescenti, su tematiche che riguardano il loro percorso educativo e formativo, anche quando gli incontri sono tenuti da persone esperte e preparate. Questo, mi sembra, è uno dei punti di debolezza che noto nei genitori. E poi un piccolo, semplice consiglio: gli adulti facciano gli adulti, abbiano il coraggio di dire dei chiari e definitivi NO ai loro figli e qualche volta li lascino anche sbagliare”.
Venendo alla scuola: ha ancora strumenti adeguati per affrontare conflitti e aggressività, o si trova sempre più spesso a rincorrere situazioni difficili? E sul fronte della prevenzione: cosa si può fare concretamente, dentro e fuori la scuola, per intercettare il disagio prima che degeneri?
“La scuola, a mio avviso, ha ancora numerosi e validi strumenti per affrontare conflitti e aggressività che i ragazzi a volte manifestano a patto che vengano date regole chiare, ci sia capacità di ascolto e di dialogo e la pazienza che naturalmente bisogna avere quando si accompagna una persona nel suo cammino di crescita, un po’ come il contadino, che non può pretendere frutti da una pianta appena messa a dimora o ancora troppo giovane. Per aiutare docenti e personale scolastico in questo difficile compito, però, servono anche altre condizioni. Servono classi meno numerose: non è possibile svolgere un lavoro adeguato con classi di 23 o 25 alunni all’interno delle quali ci sono 7 o 8 alunni stranieri, un paio di alunni con DSA, qualche altro con bisogni educativi speciali e magari 1 o 2 alunni con disabilità. Il Ministero dell’Istruzione ha risposto al calo demografico con un continuo e sistematico taglio degli organici. Basta! Basta chiedere continuamente alle scuole di fare mille cose, dall’educazione alla salute all’ambiente, il contrasto al bullismo e al cyberbullismo, per esempio, e sempre a risorse invariate. Servono ambienti adeguati, negli spazi e negli arredi: le scuole di oggi sono quelle di 50 anni fa, salvo l’aggiunta di LIM e computer. Abbiamo veramente bisogno di cose nuove,adeguate ai tempi che sono cambiati. Non sto parlando di Thiene soltanto, sia chiaro, è così in tutta Italia. Lo stato dovrebbe fare un intervento massiccio su questo fronte. Abbiamo perso l’occasione dei fondi PNRR, che solo in minima parte sono stati destinati alla parte strutturale. Per prevenire il disagio poi dobbiamo consentire ai ragazzi di avere spazi davvero propri, fuori e dentro la scuola e permettere loro di vivere esperienze belle e costruttive da protagonisti, lasciando che siano loro a proporre, ideare, costruire, magari anche sbagliando, ma mettendosi in gioco”.
I docenti sono preparati ad affrontare queste nuove forme di disagio giovanile o anche per loro è un terreno in evoluzione?
“Nella scuola che ho l’onore di dirigere, l’I.C. Thiene, i docenti in questi anni hanno fatto un enorme sforzo per formarsi, aggiornarsi, prepararsi a rispondere a queste sfide. Certo non si è mai preparati in modo pieno e non si smette mai di imparare, ma devo dire che il corpo docente del mio istituto sta dando prova di grande professionalità. Ci sono ancora lacune, facciamo degli errori, a volte non siamo all’altezza delle situazioni, ma vi assicuro che la percentuale di queste casistiche è davvero minima. Devo dare atto ai docenti e anche al personale Ata che sanno affrontare problematiche che quotidianamente metterebbero a dura, durissima prova qualsiasi persona”.
Se potesse lanciare un messaggio diretto ai ragazzi di Thiene, cosa direbbe loro oggi, alla luce di quanto sta accadendo?
“Cercate l’attenzione degli adulti per le cose belle che potete e sapete fare e non per azioni di violenza, prepotenza o perché per stare nel gruppo, vi sentite costretti a fare cose che sapete essere sbagliate”.
Paola Viero