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Anna Foa: “La memoria ha senso solo se sa interrogare il presente”

Si è specializzata in storia della cultura, storia della mentalità e storia degli ebrei europei, con particolare attenzione alla condizione femminile nella Shoah. Tra le sue pubblicazioni principali: Ebrei in Europa (2004), Diaspora (2009), Portico d’Ottavia (2015) e La famiglia F. (2018). Il suo ultimo libro, Il suicidio di Israele (Laterza), ha vinto il Premio Strega per la saggistica 2025, mentre il nuovo volume di prossima pubblicazione, Mai più, sempre per Laterza, sarà dedicato all’antisemitismo.
Nel 2026 il Giorno della Memoria compie venticinque anni dalla sua istituzione in Italia e cade a oltre ottant’anni dalla liberazione di Auschwitz. Che significato assume oggi questa ricorrenza, così distante dagli eventi eppure immersa in un presente attraversato da nuove violenze di massa?

Lei ha più volte sottolineato la necessità di distinguere tra memoria e storia. Qual è il rischio che il Giorno della Memoria si riduca a una ritualità svuotata di senso?

A oltre ottant’anni dalla Shoah, quanto pesa ancora questo trauma sul mondo ebraico e sulle generazioni successive?

La guerra a Gaza, a partire dal 7 ottobre 2023, ha riacceso un confronto durissimo. Come si può evitare che questa memoria venga usata come chiave interpretativa immediata del presente o come strumento di legittimazione politica?

Lei è fiduciosa rispetto a una prospettiva di pace stabile in Medio Oriente?

Negli ultimi anni si parla molto di un ritorno dell’antisemitismo. Lei come interpreta questo fenomeno nel contesto attuale?

In questo scenario, che ruolo avrebbe potuto giocare l’Europa e perché oggi appare così marginale?

C’è un problema di definizione del termine antisemitismo nel dibattito pubblico?

Cosa si augura oggi per il futuro del Medio Oriente?

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