Dopo una estate caldissima sulle montagne, come sarà l’inverno, specie con l’effetto di El Niño? “El Niño nasce nel Pacifico e solitamente non ha un’influenza netta sul tempo in Europa. Parrebbe esserci però una relazione, anche se debole, tra un El Niño intenso e una seconda parte dell’inverno più nevosa sul versante sud delle Alpi. Anche le attuali previsioni stagionali sembrano indicare un inverno non siccitoso. Gli ultimi aggiornamenti, tra cui quelli del programma europeo Copernicus, mostrano un possibile ritorno delle precipitazioni, anche sopra la media: secondo alcuni modelli già da novembre, secondo la maggior parte soprattutto da gennaio in avanti“. È la risposta di Giacomo Poletti, ingegnere ambientale e docente di meteorologia per il Collegio Guide alpine del Trentino, alla domanda posta dalle Guide alpine italiane in vista della prossima stagione fredda dopo una estate, appunto caldissima. Anzi, di più. L’estate 2026 è stata “eccezionale, e la parola non è usata a sproposito: sulle Alpi e nel Centro-Nord Italia, le temperature sono state mediamente tra 2,5 e 3,5 gradi superiori alla media 1991-2020″.
I dati, prosegue, mostrano che le temperature del trimestre estivo sono state superiori a quelle di qualsiasi altra estate mai misurata sulle Alpi, anche nelle serie storiche più antiche, che in alcuni casi risalgono alla fine del Settecento. “È stata superata persino la celebre estate del 2003: nel Nord Italia di mezzo grado o più. Forse la parola ‘record’, quando si parla di clima, può apparire inflazionata, ma il trend di riscaldamento è molto netto: un po’ come misurare ogni anno l’altezza di un bambino, sappiamo che crescerà, c’è poca incertezza. Allo stesso modo dobbiamo aspettarci che nei prossimi anni nuovi record di temperatura vengano superati“, avvisa l’esperto.
LO ZERO TERMICO SOPRA I 4.000 METRI
L’estate poi consegna anche un altro dato ‘pesante’. Nel 2026 “abbiamo avuto un numero eccezionale di giornate con lo zero termico oltre i 4.000 metri: ben 78, delle quali 18 addirittura oltre i 4.500 metri. È qualcosa che non si era mai visto, ma che si inserisce in un trend evidente: fino ai primi anni Duemila la media era di circa una ventina di giornate all’anno sopra i 4.000 metri. Dal 2022, inoltre, sono comparse per la prima volta persino misurazioni dello zero termico oltre i 5.000 metri. Questi dati- dice Poletti- arrivano da Payerne, in Svizzera, dove da oltre 70 anni vengono effettuati radiosondaggi regolari”: due volte al giorno un pallone sonda misura, tra le altre cose, proprio la quota dello zero termico.
I dati del Centro europeo (Ecmwf) permettono di ricostruire l’andamento dello zero termico nel tempo. Tra il 1940 e il 2000, in estate gli zero gradi si trovavano mediamente intorno ai 3.450 metri. Nelle ultime 10 estati si è saliti a circa 3.900 metri. Quest’anno la media sulle Alpi ha superato i 4.000 metri, arrivando oltre i 4.100 nei settori meridionali. In pratica, circa 700 metri più in alto rispetto al passato.
Le Alpi sono tra le zone dove l’aumento è stato maggiore e tra le possibili cause ci sono anche “cambiamenti nelle grandi correnti atmosferiche e oceaniche indotti dall’aumento dei gas serra. Ad esempio, l’indebolimento della circolazione atlantica, di cui la Corrente del Golfo fa parte, può favorire più frequenti risalite dell’anticiclone africano verso le nostre regioni”. E con l’aumento della quota della neve, una parte maggiore delle precipitazioni cade sotto forma di pioggia in alta montagna, estendendo a periodi più lunghi dell’anno il rischio di alluvioni e colate nelle regioni alpine.