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“Essere amati e amare”: l’eredità di Sammy Basso nel libro dei suoi genitori

Essere amati e amare. Parole semplici, quasi disarmanti, che oggi risuonano come un testamento morale. È questa l’eredità lasciata da Sammy Basso, il giovane biologo vicentino affetto da progeria che ha saputo trasformare la fragilità in forza e la malattia in una missione di vita. A raccontarlo, con pudore e verità, sono i genitori Amerigo e Laura nel libro Sammy. Una vita da abbracciare (Edizioni San Paolo, 272 pagine, 16 euro), scritto insieme alla giornalista Chiara Pelizzoni.

Non è solo una biografia. È un viaggio intimo, fatto di ricordi che si intrecciano, di due voci – quelle di mamma e papà – che si alternano e si completano. È un racconto che entra nelle stanze di casa, nei momenti difficili, nelle risate notturne e nelle notti insonni. È la storia di un figlio che ha insegnato ai genitori, agli amici e a un intero Paese cosa significhi vivere davvero.

Vicentino di Tezze sul Brenta, scomparso nel 2024 a soli 28 anni, Sammy non ha mai permesso alla progeria di definirlo. La malattia ha condizionato il suo corpo, ma non il suo spirito. Anzi, è diventata il punto di partenza per diffondere consapevolezza, per studiare, per contribuire alla ricerca, per costruire legami autentici. Attraverso l’associazione A.I.Pro.Sa.B., la famiglia ha trasformato il dolore in impegno concreto.

Nel libro trovano spazio anche le lettere che Sammy scrisse nel 2017. Parole destinate agli amici, ai colleghi, alle persone che avevano incrociato il suo cammino. Lettere che non parlano di addio, ma di gratitudine. Di “grazie”. Un grazie che oggi, rileggendole, assume il valore di un abbraccio collettivo.

Amerigo e Laura raccontano la svolta arrivata quando capirono che il figlio non doveva vivere “sotto una campana di vetro”. Doveva avere una vita normale, come tutti. E Sammy quella normalità l’ha conquistata con determinazione: la scuola, l’università, gli amici, la ricerca, i viaggi. Anche gli inciampi, come il primo fallimento universitario, sono stati parte di un percorso vissuto senza sconti e senza vittimismo.

Chi lo ha conosciuto parla di una presenza capace di “far sparire la malattia”. Di uno sguardo che metteva a proprio agio. Di un amore smisurato, distribuito senza misura. Non c’era differenza tra normalità e diversità: in lui diventavano una cosa sola.

Commovente anche il racconto dell’ultimo giorno: una festa, gli amici, la vita attorno. Sammy non voleva un addio in ospedale, attaccato a una macchina. Ha scelto – come ha fatto per tutta la vita – di restare dentro la relazione, dentro l’affetto, dentro la luce.

Il libro non è un monumento al dolore, ma un inno alla vita. È il ritratto di un ragazzo che, pur consapevole del proprio limite, non si è mai lasciato definire da esso. Un vicentino che è diventato patrimonio di tutta Italia. Un volto che ha insegnato a non fermarsi alle apparenze, a non arrendersi ai fallimenti, a cercare un senso anche nelle domande più difficili.

“La cosa essenziale è essere amati e amare”, scriveva Sammy. È una frase che resta, che interpella, che scuote. Forse è davvero questa la sua eredità più grande: ricordarci che la misura di una vita non è il tempo che dura, ma l’amore che riesce a generare.

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