Quello che viene fuori è lo specchio di una società che ha sostituito l’impegno con il commento, la presenza con la connessione, il coraggio di esporsi con la comodità di cliccare.
Trenta persone. Più o meno questo è stato il bilancio del presidio organizzato in piazza Strozzi, a Firenze, per chiedere la grazia a Mario Roggero, il gioielliere di Grinzane Cavour condannato in via definitiva a 14 anni e 9 mesi per aver ucciso due rapinatori dopo una rapina nel suo negozio. Un numero così contenuto da essere definito un flop dagli stessi osservatori politici, nonostante gli organizzatori abbiano rivendicato il valore simbolico dell’iniziativa.
Eppure sarebbe un errore liquidare quella piazza semivuota come la prova che gli italiani abbiano voltato le spalle a Roggero. Basta leggere i social network, i commenti ai giornali, le migliaia di condivisioni e le petizioni online per capire che il sentimento prevalente è spesso l’opposto: una larga parte dell’opinione pubblica ritiene che il gioielliere meriti un atto di clemenza, se non addirittura che non avrebbe mai dovuto essere condannato.
Il punto, allora, è un altro. Tra un “mi piace” e una presenza fisica in piazza esiste un abisso.
Negli anni Settanta le grandi battaglie civili si combattevano con i corpi prima ancora che con le parole. Il divorzio, l’aborto, i movimenti per la pace, i diritti dei lavoratori: si scioperava, si manifestava, si occupavano le piazze. C’era il rischio di essere contestati, identificati, talvolta denunciati. Il consenso aveva un costo personale.
Oggi il costo è praticamente nullo.
Scrivere un commento indignato, condividere un post, mettere un cuore o una bandiera sul proprio profilo richiede pochi secondi. È un gesto che dà la sensazione di aver preso posizione senza dover affrontare alcuna conseguenza. Si diventa militanti dal divano, con il telefono in mano e le pantofole ai piedi. È quella che molti sociologi definiscono “partecipazione a basso costo”: una forma di attivismo che produce rumore mediatico ma raramente mobilitazione reale.
Per questo il flop della manifestazione non dice necessariamente che Roggero sia rimasto solo. Dice piuttosto che il consenso digitale non si traduce quasi mai in partecipazione concreta. Ed è un problema che va ben oltre questo caso.
Perché se la politica sa che l’indignazione resta confinata dentro uno schermo, può permettersi di ignorarla. Un hashtag dura ventiquattr’ore. Un trend viene sostituito dal successivo. Un algoritmo decide cosa resta visibile e cosa scompare. Una piazza, invece, non può essere nascosta.
È fatta di persone, volti, numeri. Costringe chi governa a misurarsi con una presenza fisica. Il caso Roggero, nel frattempo, continua a dividere il Paese. Da una parte c’è chi invoca la grazia, sostenuto da esponenti del centrodestra e da numerose iniziative popolari; dall’altra chi ricorda che la sentenza definitiva va rispettata e che un provvedimento di clemenza non può trasformarsi in uno strumento di pressione politica sul Presidente della Repubblica. Su questo ciascuno può avere la propria opinione. Ma una riflessione dovrebbe accomunare tutti. Se il consenso vive soltanto dietro una tastiera, diventa facilmente irrilevante. I social possono amplificare una voce, ma non sostituiscono la forza della partecipazione reale. Basta chiudere un’applicazione, cambiare algoritmo o attendere il prossimo argomento di tendenza, e quella mobilitazione evapora.
Forse il vero flop non è quello di piazza Strozzi. È quello di una società che ha sostituito l’impegno con il commento, la presenza con la connessione, il coraggio di esporsi con la comodità di cliccare.
di redazione AltovicentinOnline