a cura di Nicola Perrone
I tempi cambiano, e con essi anche i protagonisti devono adattarsi. Oggi, un politico con le movenze e i toni di Hitler verrebbe probabilmente sommerso di sberleffi e ortaggi. Guardando i video di Ulrich Siegmund, il leader dell’AfD che ha strappato la Sassonia-Anhalt alla CDU di Merz (che lì governa da sempre), ci troviamo di fronte a uno scenario ben diverso: un giovane sorridente, sempre pronto a rispondere alle domande — anche a quelle più ostiche — e abile, da fine propagandista, a trasformare ogni accusa in un assist per esaltare le proprie idee.
Non riesco a condividere quelle lunghe analisi che, nel commentare il voto tedesco, si perdono nella litania del ‘bisogna capire le ragioni profonde’. Il fatto è che quei cittadini che per decenni, come Germania dell’Est, hanno vissuto sotto la dittatura sovietica provassero una sorta di nostalgia o il desiderio di ri-affidarsi di nuovo all’uomo forte. Lo ha capito al volo il boss russo Vladimir Putin, che non a caso è stato il primo a congratularsi per il risultato. Personalmente, non credo che le ragioni dietro a questo voto rientrino nelle categorie della politica tradizionale. È un voto di rifiuto, alimentato da una rabbia viscerale e dall’odio verso gli ultimi arrivati: colpevoli, nella narrazione populista, di sottrarre risorse, beni e denaro grazie alla complicità di governi che dirottano altrove ciò che spetterebbe di diritto ai “veri” tedeschi.
Da qui la spinta, nei decenni successivi, a costruire società più aperte, fluide, fondate sull’idea che spetti a ciascuno trovare i propri valori senza dogmi. Ma questa apertura sfrenata, pur portando benessere a molti, ha finito per arricchire ulteriormente i già ricchi e per sfilacciare i legami sociali di base, lasciando passare il messaggio tossico che nella vita “ognuno deve farcela da solo” e che gli altri rappresentano solo un ostacolo. È esattamente in questo vuoto che si inseriscono le truppe dell’AfD e, in Italia, i militanti del generale Vannacci. Il loro messaggio è rassicurante nella sua semplicità: offrono il recupero di legami antichi, il ritorno alla famiglia patriarcale con l’uomo al lavoro e la donna a casa, la convinzione che ciascuno debba stare nel proprio recinto culturale e religioso — rigorosamente superiore a quello altrui. Questo è, a mio avviso, il livello più profondo che alimenta il successo nazional-populista.
Ed è su questo terreno che le forze progressiste, se non vogliono consegnare il futuro alla legge della giungla, devono trovare una risposta incisiva. Non basta più “spiegare” meglio, ma far vedere che le soluzioni già ci sono, sono praticate. Occorre ricostruire modelli di comunità capaci di dare un senso alla solitudine e allo smarrimento che affliggono tante esistenze. Soltanto riscoprendo una dimensione comunitaria si può dare una risposta alle domande esistenziali: qual è il mio scopo? Come dovremmo vivere insieme? Cosa dobbiamo al nostro partner, alla comunità, al Paese?
Nel nostro Paese esistono già moltissime realtà che affrontano e risolvono problemi complessi a livello di comunità. Diamo voce a queste esperienze, rendiamole pubbliche e a disposizione di tutti. È l’unica via concreta per arginare chi vuole riportarci indietro e farci precipitare nell’incubo della lotta di tutti contro tutti.