Il conto rischia di arrivare dove nessuno vorrebbe: sulle persone più fragili. La sentenza del Consiglio di Stato sulle rette delle Rsa rischia di innescare un effetto domino sui Comuni veneti, già alle prese con bilanci in affanno. E dietro la partita dei numeri c’è una domanda drammatica: chi pagherà l’assistenza agli anziani non autosufficienti se gli enti locali non saranno più in grado di sostenere i costi?
Il nodo è la compartecipazione alla spesa per le persone non autosufficienti. Secondo l’interpretazione della sentenza richiamata dalla consigliera regionale del Partito democratico Anna Maria Bigon, i Comuni non potrebbero utilizzare criteri diversi dall’Isee né introdurre parametri aggiuntivi nei propri regolamenti per stabilire la quota a carico dell’ospite. La conseguenza potrebbe essere pesante: la differenza tra quanto può sostenere l’anziano sulla base dell’Isee e il costo della retta dovrebbe ricadere sull’ente locale.
Il precedente di Maser: 8.500 euro in più
Non si tratta soltanto di un’ipotesi teorica. Una precedente sentenza del Consiglio di Stato, la n. 778/2025, relativa al Comune di Maser, è già diventata un caso emblematico. Secondo quanto riportato da una ricostruzione della vicenda, il Comune sarebbe stato obbligato a coprire una differenza di circa 8.500 euro all’anno per un singolo ospite della Rsa, dopo che i giudici avevano ritenuto illegittimi i tetti di reddito fissati dall’ente per determinare la compartecipazione. Un precedente che permette di capire la portata potenziale del problema: se il principio dovesse essere applicato in maniera estesa, ogni singolo caso potrebbe trasformarsi in una nuova voce di spesa per i bilanci comunali.
Rovigo, il conto supera mezzo milione
Il caso più pesante arriva da Rovigo. Secondo le ricostruzioni disponibili, il Comune si sarebbe trovato a dover fare i conti con oltre 520mila euro di arretrati relativi a cinque ospiti di una Rsa. Una cifra che dà la misura del rischio finanziario quando la questione delle rette arriva sul terreno dei contenziosi giudiziari. È proprio questo lo scenario che alimenta l’allarme politico: non più singoli casi isolati, ma il rischio che le richieste economiche si moltiplichino mettendo sotto pressione gli enti locali.
“I comuni sono già in gravissima difficoltà”
A chiedere un intervento della Regione è Anna Maria Bigon. “i Comuni del Veneto sono già in gravissima difficoltà con i bilanci – afferma la consigliera – imporre loro anche la quota delle rette per i ricoveri delle persone non autosufficienti gravi è semplicemente insostenibile”. Secondo Bigon, la vicenda delle rette rappresenta il sintomo di un problema più ampio nella gestione dell’assistenza alla non autosufficienza: “non possiamo permettere che i costi dei ritardi e delle scelte sbagliate della giunta ricadano su sindaci, famiglie o, peggio ancora, conducano al blocco dei servizi”, sostiene.
Il peso delle Rsa sulle spalle dei Comuni
Il problema nasce anche dalla trasformazione del sistema assistenziale. Secondo la ricostruzione della consigliera dem, in passato molte persone con patologie ad alta complessità venivano assistite nei reparti di lungodegenza degli ospedali pubblici, con costi a carico del fondo sanitario regionale. Questi reparti sono stati progressivamente chiusi, mentre gli Ospedali di Comunità avrebbero dovuto rappresentare una delle risposte alternative. Secondo Bigon, però, il percorso è stato lungo: sette anni per completare le strutture, anche grazie alle risorse del Pnrr, e oggi rimarrebbe il problema della carenza di personale sociosanitario. Nel frattempo, il peso assistenziale si sarebbe spostato sempre più sulle Rsa.
Il nodo delle 32mila quote
Secondo i dati citati da Bigon, la Regione garantirebbe oggi una quota a rilievo sanitario di 52 euro al giorno, con un’integrazione di altri 5 euro giornalieri per circa 14mila ospiti affetti da demenza. Ma il vero problema, secondo la consigliera, riguarda il numero delle impegnative residenziali finanziate. Nel 2025, sostiene Bigon, sarebbero state coperte 24.419 quote a fronte di circa 32mila posti accreditati. La differenza è enorme: quasi 8mila posti. “Questo significa che quasi ottomila persone resteranno senza il sostegno della Regione, con i costi che ricadranno su famiglie ed enti locali”., denuncia la consigliera.
Strutture sotto pressione, pazienti sempre più fragili
Le Rsa devono assistere pazienti con condizioni sempre più complesse e pluripatologie, mentre cresce la difficoltà nel reperire personale qualificato. Secondo Bigon, servono maggiori risorse, tutele e retribuzioni per evitare la fuga degli operatori. Il sistema è stretto tra costi crescenti, famiglie in difficoltà e Comuni che rischiano di dover coprire quote sempre più pesanti. I casi di Maser e Rovigo dimostrano che i contenziosi sulle rette possono già produrre conseguenze economiche rilevanti. Bigon teme che, se Comuni e famiglie non riusciranno a sostenere i costi, il sistema possa arrivare al blocco dei servizi: “rischiamo di vedere la chiusura dei servizi o, peggio, di abbandonare le persone più fragili”.
La richiesta: 100 milioni in più
Il Pd chiede alla Regione 100 milioni di euro aggiuntivi per il Fondo per la non autosufficienza e la copertura integrale delle impegnative residenziali. L’obiettivo, sottolinea Bigon, è evitare che il peso delle rette finisca per schiacciare i bilanci comunali e le famiglie.
di Redazione AltovicentinOnline