Le campagne elettorali locali sono sempre più dominate da presentazioni personali, slogan generici e foto di squadra. Ma dietro la retorica dell’ascolto e della comunità si nasconde spesso un problema più serio: la crisi della formazione politica e la selezione di candidati noti più che preparati.
Una volta i candidati venivano almeno costretti a misurarsi con una domanda semplice: che cosa intendete fare?
Oggi, sempre più spesso, la domanda sembra cambiata: chi siete, quanti vi conoscono, quanto venite bene in foto?
La campagna elettorale locale, soprattutto sui social, si sta trasformando in una lunga esposizione di volti. Ogni candidato viene presentato con lo stesso schema: nome, età, professione, residenza, qualche riferimento alla famiglia, due righe sul volontariato, una frase sull’amore per il territorio e l’immancabile promessa di “mettersi al servizio della comunità”.
Tutto legittimo. Anche rassicurante. Ma molto poco politico.
Perché conoscere una persona non significa conoscere la sua idea di amministrazione. Sapere che un candidato è stimato, disponibile o radicato nel territorio non dice ancora nulla su come intenda affrontare bilancio, urbanistica, lavori pubblici, viabilità, servizi sociali, scuole, sicurezza urbana, commercio, ambiente, manutenzioni, tributi.
E infatti il programma, quando c’è, spesso resta sullo sfondo. Prima arrivano le facce. Poi gli slogan. Poi le foto di gruppo. Poi, forse, qualche promessa larga abbastanza da non disturbare nessuno: ascolto, futuro, comunità, concretezza, partecipazione, territorio.
Parole perfette: sembrano dire tutto e non obbligano a fare quasi nulla.
La scomparsa della preparazione
Il problema, però, non è solo comunicativo. È politico.
Sempre più spesso le liste sembrano cercare candidati riconoscibili più che candidati preparati. Persone che portino consenso, relazioni, cerchie, preferenze. Non necessariamente persone in grado di capire come funziona un Comune.
Eppure un Comune non è un gruppo Facebook con il timbro. È un ente pubblico. Produce atti, approva bilanci, gestisce servizi, applica regolamenti, pianifica territorio, affida lavori, risponde a vincoli normativi, controlli contabili, procedure amministrative, competenze distribuite tra Comune, Provincia, Regione e Stato.
Per amministrare non basta “voler bene al paese”. Quello dovrebbe essere il requisito minimo, non il programma di governo.
Il punto è che molti candidati vengono presentati come brave persone, cittadini attivi, professionisti stimati, volontari generosi. Benissimo. Ma la Pubblica Amministrazione non è una gara di bontà civica. Anche una persona onesta può diventare politicamente inutile se non sa distinguere una delibera da una determina, un bilancio da un volantino, una competenza comunale da una promessa elettorale buona solo per raccogliere applausi.
I partiti non formano più, le liste reclutano
Qui si vede la frattura più profonda.
I vecchi partiti avevano difetti enormi, talvolta insopportabili. Ma una funzione la svolgevano: formavano classi dirigenti. C’erano sezioni, discussioni, congressi, organismi intermedi, percorsi, apprendistato amministrativo. Prima di sedersi in Consiglio comunale, molti imparavano almeno le basi del mestiere politico.
Oggi quella filiera è quasi scomparsa.
Al suo posto sono arrivati comitati elettorali temporanei, liste civiche costruite attorno a un nome, coalizioni personali, civismi spesso più nominali che sostanziali. La politica non forma più amministratori. Recluta candidati.
Il criterio diventa brutale nella sua semplicità: chi porta voti?
Non chi conosce il bilancio. Non chi sa leggere un piano urbanistico. Non chi ha studiato i dossier. Non chi sa assumersi una responsabilità pubblica. Ma chi è conosciuto, chi ha una rete, chi può spostare una manciata di preferenze, chi “sui social funziona”.
Il candidato ideale diventa il volto noto. Il commerciante simpatico, il professionista ben inserito, il volontario onnipresente, il presidente dell’associazione, il personaggio che tutti salutano in piazza. Figure che possono essere preziose, sia chiaro. Ma solo se alla notorietà si accompagna una preparazione reale. Altrimenti siamo davanti a un equivoco: essere conosciuti aiuta a essere eletti, non garantisce di essere capaci.
La politica ridotta a packaging
I social completano il processo. Non lo inventano, ma lo rendono più efficace.
Dove manca il percorso politico, arriva la fotografia. Dove manca la proposta, arriva lo slogan. Dove manca la competenza, arriva la narrazione personale. Dove manca il programma, arriva il post emozionale.
Il candidato diventa un prodotto da lanciare: immagine pulita, frase breve, tono positivo, qualche parola chiave e una grafica accettabile. Poi via con la pubblicazione: “vi presentiamo la nostra squadra”.
La squadra, appunto. Formula rassicurante, quasi sportiva. Peccato che un Consiglio comunale non sia un torneo parrocchiale. Non basta scendere in campo. Bisogna sapere almeno dove si trova la porta, chi arbitra, quali sono le regole e perché non si può promettere un centro benessere comunale finanziandolo con la vendita delle castagne alla festa d’autunno.
Il curriculum prende il posto della proposta. Il radicamento prende il posto della visione. La fotografia prende il posto del programma. La simpatia prende il posto della responsabilità.
E l’elettore viene accompagnato verso una scelta poverissima: non “quale idea di Comune preferisci?”, ma “quale faccia ti ispira di più?”.
La retorica dell’ascolto
Uno dei vocaboli più abusati è “ascolto”.
Tutti ascoltano. Tutti sono pronti ad ascoltare. Tutti vogliono ascoltare i cittadini. L’ascolto è diventato l’aria condizionata della campagna elettorale: c’è sempre, non dà fastidio, abbassa la temperatura e permette di non entrare nel merito.
Ma amministrare non significa solo ascoltare. Significa decidere.
E decidere significa scegliere priorità, dire dei no, spiegare costi, indicare tempi, assumersi responsabilità. L’ascolto senza progetto è solo cortesia elettorale. Utile per fare bella figura, insufficiente per governare.
La domanda che manca
La vera domanda da porre a ogni candidato, sindaco o consigliere, dovrebbe essere molto semplice: che cosa sai fare dentro un Comune?
Non che cosa sai fare nella vita in generale, nella tua professione, nella tua associazione o nella tua cerchia di relazioni. La questione è molto più precisa: che cosa sai fare dentro un’amministrazione pubblica?
Perché amministrare un Comune significa saper leggere un bilancio, conoscere almeno le basi del DUP, capire come funziona un piano delle opere pubbliche, sapere quali siano le reali competenze del sindaco in materia di sicurezza, quali vincoli abbia un’amministrazione negli appalti e dove passi il confine tra un desiderio legittimo e un atto amministrativo effettivamente possibile.
Sono domande elementari. Proprio per questo raramente compaiono nei post elettorali.
Meglio una foto sorridente. Richiede meno studio e prende più like.
Oltre la vetrina
La democrazia locale ha bisogno di cittadini disponibili, certo. Ma ha soprattutto bisogno di amministratori preparati.
La disponibilità non basta. La notorietà non basta. La simpatia non basta. Il radicamento non basta. Nemmeno l’onestà, da sola, basta: è una condizione necessaria, non una competenza amministrativa.
Una campagna elettorale seria dovrebbe permettere agli elettori di scegliere non solo persone, ma direzioni politiche; non solo volti, ma capacità; non solo appartenenze, ma responsabilità verificabili.
Perché un Comune non si governa con una bella foto di squadra, né con una biografia ben scritta, né con la solita promessa di ascoltare tutti.
Un Comune si governa con idee chiare, competenze vere, priorità dichiarate, risorse individuate e responsabilità assunte prima del voto.
Il resto è arredamento elettorale: a volte elegante, spesso sorridente, quasi sempre vuoto.
Perché, alla fine, anche in politica vale una regola semplice: c’è bisogno di persone brave, non soltanto di brave persone.
mds