Che fine ha fatto la satira? Domanda legittima. Ma forse la domanda giusta è un’altra: che fine ha fatto la capacità della politica di farsi prendere in giro senza chiamare subito l’ambulanza istituzionale?
Il caso del patrocinio tolto a Thiene allo spettacolo Sciagura di Andrea Scanzi continua a far discutere. Tanto che il Corriere della Sera gli ha dedicato mezza pagina, trasformando una vicenda locale in un piccolo caso nazionale. Segno che il problema non è solo thienese: è culturale, politico, quasi dermatologico. Oggi basta una battuta perché qualcuno sviluppi un’irritazione democratica.
Il punto non è difendere Scanzi, Pucci, Fo, Benigni, Grillo o chiunque altro. Il punto è difendere il diritto della satira a fare il proprio mestiere: disturbare. Perché una satira che non disturba non è satira. È intrattenimento con il casco.
Per decenni la politica italiana è stata presa a schiaffi comici da ogni lato. Il Bagaglino, Striscia la Notizia, Dario Fo, Benigni, Grillo: tutti hanno colpito presidenti, ministri, papi laici e religiosi, partiti, magistrati, giornalisti, aziende, lobby. A volte con eleganza. A volte con ferocia. A volte con cattivo gusto. Ma era parte del gioco. Il potere incassava, replicava, si lamentava, magari telefonava ai direttori. Però sapeva che essere preso in giro era compreso nel prezzo del comando.
Oggi no. Oggi la politica sembra fatta di cristallo soffiato. Ogni battuta viene trattata come un’aggressione, ogni caricatura come un attentato, ogni comico non allineato come un problema di ordine pubblico emotivo.
Non serve nemmeno la censura classica, quella grossolana, con il timbro e la carta intestata. Basta molto meno: un patrocinio ritirato, una polemica social, una richiesta di scuse, una pressione sulla Rai, un teatro che si defila, un’azienda che teme il danno d’immagine. È la censura gentile: non ti vieto di parlare, ti tolgo solo l’ossigeno attorno.
La cosa più comica, se non fosse seria, è che tutti difendono la satira finché colpisce gli altri. Quando il bersaglio è l’avversario, allora è libertà d’espressione. Quando il bersaglio siamo “noi”, diventa volgarità, propaganda, mancanza di rispetto, attacco alle istituzioni. Traduzione: il re può anche essere nudo, purché appartenga all’altro schieramento.
I social hanno completato l’opera. La battuta non viene più valutata per ciò che è, ma per chi colpisce. Non si ride più: si fa lo screening ideologico. Questo comico è dei nostri? Questo monologo aiuta la causa? Questa frase può essere usata contro il nemico? La risata, poveretta, arriva dopo. Quando arriva.
Così la satira viene arruolata. Non più graffio libero, ma fanteria culturale. Comici trasformati in bandiere, spettacoli giudicati come mozioni politiche, patrocini concessi o revocati come certificati di buona condotta. E intanto la politica, che dovrebbe avere spalle larghe, si scopre permalosa come un influencer senza like.
Il problema, allora, non è che la satira sia diventata troppo cattiva. Il problema è che il potere è diventato troppo tenero con sé stesso. Non sopporta più il ridicolo perché si prende tremendamente sul serio. E chi si prende troppo sul serio, prima o poi, diventa materiale perfetto per la satira.
La democrazia non si misura solo da quante conferenze stampa si fanno, da quante inaugurazioni si tagliano o da quante parole solenni si pronunciano sulla libertà. Si misura anche da quanto un potere riesce a restare in piedi mentre qualcuno lo prende in giro.
Perché dove una battuta diventa un’emergenza politica, il problema non è il comico.
È la fragilità di chi comanda.
Natalia Bandiera