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La sicurezza non è una bandiera: perché non dovrebbe avere colore politico

In una società matura, la sicurezza dovrebbe essere un terreno di convergenza, non di scontro. Un obiettivo comune su cui costruire politiche efficaci, giuste e durature. Perché sentirsi al sicuro non è un’idea di destra o di sinistra: è una condizione essenziale della cittadinanza.

Puntuale come un rituale, il tema della sicurezza torna al centro del dibattito pubblico. E quasi sempre viene trattato come un’arma identitaria: per alcuni è una priorità “di destra”, per altri un argomento da maneggiare con cautela, temendo derive securitarie incompatibili con una sensibilità “di sinistra”. Ma questa contrapposizione, oltre a essere sterile, è profondamente sbagliata. La sicurezza non dovrebbe avere colore politico, perché riguarda un diritto fondamentale che precede e attraversa ogni ideologia.

La sicurezza è, prima di tutto, una condizione di base della vita democratica. Senza sicurezza non c’è libertà reale di muoversi, lavorare, studiare, esprimersi. Non è un concetto astratto: è la possibilità concreta per un anziano di tornare a casa senza paura, per una donna di camminare di sera, per un commerciante di non vivere sotto la minaccia di furti o intimidazioni, per un quartiere di non essere abbandonato al degrado. Tutto questo non appartiene né alla destra né alla sinistra: appartiene ai cittadini.

Ridurre la sicurezza a una bandiera politica produce due effetti perversi. Il primo è la semplificazione ideologica: da un lato chi invoca solo repressione e ordine, dall’altro chi tende a minimizzare i problemi in nome di una visione esclusivamente sociale. Il secondo è l’immobilismo: quando un tema viene “etichettato”, diventa difficile affrontarlo con pragmatismo, perché ogni proposta viene giudicata non per la sua efficacia ma per la sua presunta collocazione politica.

Eppure la sicurezza è un fenomeno complesso, che richiede risposte altrettanto complesse. Significa prevenzione e contrasto dei reati, certo, ma anche politiche sociali, urbanistica, istruzione, integrazione, servizi di prossimità. Significa forze dell’ordine messe nelle condizioni di lavorare bene e in modo trasparente, ma anche comunità locali vive, spazi pubblici curati, scuole aperte, periferie non lasciate sole. Pensare che tutto questo possa essere racchiuso in uno schema ideologico è una comoda scorciatoia, ma non una soluzione.

Storicamente, sia la destra sia la sinistra hanno contribuito, nei diversi contesti, a politiche di sicurezza efficaci o fallimentari. Non esiste un monopolio delle buone idee, così come non esiste una responsabilità esclusiva degli errori. Continuare a fingere il contrario serve solo ad alimentare la polarizzazione e a impedire un confronto serio basato sui dati, sulle esperienze e sui risultati.

C’è poi un altro aspetto spesso ignorato: la percezione di sicurezza. Liquidarla come “paura irrazionale” è un errore tanto quanto alimentarla in modo strumentale. La percezione incide sulla qualità della vita, sulla fiducia nelle istituzioni, sulla coesione sociale. Prenderla sul serio non significa cedere al populismo, ma riconoscere che le politiche pubbliche devono rispondere anche a ciò che i cittadini vivono e sentono ogni giorno.

Depoliticizzare la sicurezza non vuol dire sottrarla al dibattito democratico, ma al contrario elevarlo. Significa discuterne con meno slogan e più responsabilità, meno tifoserie e più soluzioni. Significa accettare che sicurezza e diritti non sono in conflitto, ma si rafforzano a vicenda: senza diritti la sicurezza diventa arbitrio, senza sicurezza i diritti restano sulla carta.

N.B.

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