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La tregua scioglierà l’incubo aerei per questa estate? (Spoiler: no)

L’allarme aerei per l’estate (taglio dei voli, aumento dei prezzi) resta: la tregua di due settimane tra Iran e Stati Uniti – con immediato abbassamento dei prezzi del petrolio – non influisce, almeno non nell’immediato.

“Ci vorranno ancora diversi mesi per tornare ai livelli di fornitura necessari, viste le interruzioni alla capacità di raffinazione in Medio Oriente. Non credo che accadrà nel giro di poche settimane”.

Il conto della guerra lo pagano anche i passeggeri. Da quando il conflitto in Iran è esploso, il 28 febbraio, il carburante per aerei negli Stati Uniti è aumentato di oltre l’87%, arrivando a 4,69 dollari al gallone. Le compagnie aeree hanno trovato il modo di non assorbire da sole l’impatto, scrive il New York Times.

Delta Air Lines ha annunciato appena martedì un sovrapprezzo di dieci dollari per il bagaglio da stiva sui voli domestici americani. United Airlines e JetBlue avevano già mosso nella stessa direzione la settimana precedente. In Canada, WestJet ha introdotto un supplemento carburante fino a sessanta dollari canadesi su alcuni voli; Air Canada aveva fatto lo stesso il giorno prima, con cinquanta dollari aggiuntivi sulle rotte verso destinazioni calde. Porter Airlines si era mossa già a fine marzo.

I numeri sui biglietti raccontano la stessa storia. Secondo un’analisi di Kayak, un volo internazionale andata e ritorno in classe economica costava in media 998 dollari il 30 marzo, contro i 774 del 23 febbraio. I voli domestici americani sono passati da 336 a 350 dollari nello stesso periodo. Aumenti che spesso arrivano in forme meno visibili di un rincaro diretto sul biglietto: bagagli, scelta del posto, supplementi temporanei che temporanei non restano a lungo.

In Asia la situazione è più acuta. Cathay Pacific applica duecento dollari in più su alcuni voli a lungo raggio; Japan Airlines arriva a 164 dollari sulle rotte verso Nord America ed Europa. Questo perché la dipendenza dal petrolio mediorientale espone i mercati asiatici a una volatilità più immediata. Quando poi le compagnie aeree si accorgono che i passeggeri tollerano i rincari, le tariffe raramente tornano indietro.

Deutsche Bank ha già segnalato tagli alle rotte meno popolari e avverte che, se la chiusura dello stretto di Hormuz si prolungasse, a rischio potrebbero finire anche le tratte a lungo raggio più redditizie. Chi non ha ancora prenotato l’estate, probabilmente, sta aspettando il momento sbagliato.

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