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L’Europa va verso una guerra commerciale con la Cina, e ancora non lo sa

Kaja Kallas ha scelto il registro della medicina d’urgenza per descrivere il problema. Alla conferenza Lennart Meri di Tallinn, la responsabile della politica estera dell’Unione Europea ha detto che l’Europa sa già come si chiama la malattia; il nodo è la terapia. Il problema, nella metafora di Kallas, è la Cina. L’uscita non è piaciuta a tutti. Cinque governi europei hanno protestato per le vie diplomatiche, la portavoce della Commissione ha precisato che quelle parole non rappresentano la posizione ufficiale di Bruxelles, e un funzionario anonimo ha liquidato la cosa con una frase lapidaria: i diplomatici non parlano così. Ma la brutalità della metafora tradisce qualcosa di reale: il panico, sostanzialmente. “C’è un senso di collasso imminente dell’industria”, ha detto Jeromin Zettelmeyer, direttore del think tank Bruegel, scegliendo parole non molto più sobrie di quelle di Kallas.

I numeri danno ragione all’allarme, scrive il New York Times. Nel primo trimestre del 2026 le importazioni cinesi in Europa sono cresciute bruscamente, portando il deficit commerciale dell’Unione a livelli record. Già nel 2025 il saldo negativo aveva sfiorato i 420 miliardi di dollari. La Cina è il primo fornitore di merci del blocco, con una quota che supera il 21 per cento di tutto l’import extra-europeo. Le auto elettriche sono il caso più visibile. I produttori cinesi, alle prese con una domanda interna in calo e con i dazi americani che tagliano fuori il loro principale mercato alternativo, hanno dirottato volumi enormi verso l’Europa, dove i consumatori nel frattempo sono diventati più sensibili al tema ambientale, spinti anche dall’aumento dei prezzi del carburante legato alla guerra in Medio Oriente.

La dipendenza non riguarda solo i beni di consumo. L’anno scorso Pechino ha bloccato per due volte le esportazioni di terre rare e magneti in risposta ai dazi americani, e il blocco ha colpito duramente anche l’industria europea, che di quei materiali ha bisogno per produrre tecnologia avanzata e impianti di energia rinnovabile. L’interruzione ha reso plasticamente visibile quanto le catene di approvvigionamento del continente siano esposte alle decisioni di un singolo governo straniero. Ad aprile Pechino ha poi introdotto nuove norme che consentono alle autorità cinesi di esaminare i registri aziendali, interrogare dipendenti e impedire a dirigenti di lasciare il paese se sospettati di stare spostando la produzione altrove. La Camera di commercio europea in Cina ha definito la misura potenzialmente devastante.

L’Europa risponde con una combinazione di retorica e provvedimenti parziali. Macron insiste perché l’Unione adotti strumenti di protezione industriale analoghi a quelli americani. La Spagna – tradizionalmente più dialogante con Pechino – ha firmato insieme a Francia, Italia, Lituania e Paesi Bassi un documento che chiede misure aggressive contro i partner con “esuberi strutturali di capacità produttiva”, formula che non cita la Cina ma non lascia spazio a interpretazioni. L’Industrial Accelerator Act, la proposta di politica industriale più ambiziosa in discussione, escluderebbe di fatto le aziende cinesi da alcuni sussidi chiave, favorendo i produttori europei di veicoli elettrici. Pechino ha già risposto definendo il piano protezionistico e minacciando ritorsioni.

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