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Montagna fuori controllo: 1.354 soccorsi nel 2025. Il bilancio del Soccorso Alpino Veneto

Per raccontare come viene vissuta la montagna negli ultimi anni basta un dato, più di molti discorsi: 1.354 persone soccorse in un solo anno. È il bilancio 2025 del Soccorso Alpino e Speleologico Veneto. Un numero che non si presta a interpretazioni e che, oltre la freddezza delle statistiche, restituisce un’immagine chiara: le terre alte sono sempre più frequentate, ma non sempre affrontate con la necessaria consapevolezza.

Il 2025, in fatto di soccorsi, si chiude quindi con un bilancio in crescita. Ma non è una crescita che rassicura. È il segnale di un sistema sotto pressione, chiamato a intervenire sempre più spesso non solo per incidenti, ma per scelte sbagliate a monte. E mentre i numeri salgono, il messaggio che arriva dai soccorritori è sempre lo stesso: la montagna non è cambiata. Sono cambiate, forse, le persone che la attraversano.

Una struttura riconosciuta
Il Soccorso Alpino e Speleologico Veneto tira quindi le somme di un anno di lavoro intenso. Una testimonianza che non si limita a raccontare la mole degli interventi, ma restituisce anche la misura dell’efficienza con cui la struttura opera sul territorio. Nel corso degli anni, infatti, il sistema ha progressivamente consolidato un riconoscimento che arriva non solo da chi è stato soccorso, ma anche dalle istituzioni. In particolare dalla Regione del Veneto che, recependo l’impianto legislativo nazionale che riconosce il Soccorso Alpino come attività di pubblica utilità, ha introdotto una propria normativa a ulteriore sostegno e valorizzazione dell’attività.

I numeri del 2025
L’attività operativa svolta nel corso del 2025 dagli Organici del Cnsas Veneto in stretta sinergia operativa con le Centrali operative del Suem 118 della Regione del Veneto (Pieve di Cadore, Padova, Treviso, Verona e Vicenza) ha superato nuovamente la soglia fatidica dei 1000 interventi, infatti 1354 sono le persone soccorse nel corso di 1199 interventi, che confermano il trend in crescita degli ultimi anni. Gli interventi fatti sono prevalentemente di natura sanitaria (1337), ma in 17 casi il Sasv è stato chiamato ad intervenire in supporto alla Protezione Civile Regionale e Nazionale.

L’escursionismo al centro degli interventi
Il dato più significativo riguarda l’attività più diffusa e, allo stesso tempo, più coinvolta negli interventi: l’escursionismo, con il 52,1% dei casi. Non sono solo cadute o incidenti improvvisi. Spesso si tratta di perdita di orientamento, stanchezza, attrezzatura inadeguata o condizioni fisiche sottovalutate. Situazioni che, prese singolarmente, sembrano banali. Ma che in quota diventano critiche. Le cause principali parlano da sole: cadute, inciampi e scivolate (22%), condizioni fisiche non adeguate (18%), perdita di orientamento (11%). Numeri che raccontano una costante: la sottovalutazione dell’ambiente.

Ricerche e soccorsi complessi
Accanto agli incidenti ci sono i casi di ricerca delle persone scomparse: 71 eventi nel 2025, con 79 persone soccorse. Sono le sparizioni segnalate dai familiari, spesso la sera, quando il rientro non arriva. È qui che il soccorso diventa anche corsa contro il tempo.

Un fenomeno diffuso: molti interventi per persone illese
Nel dettaglio emergono alcuni dati significativi che descrivono con chiarezza la natura degli interventi. Il 41,37% riguarda persone illese, mentre un ulteriore 45,22% è costituito da codici sanitari meno gravi (codici 1 e 2). Percentuali che, soprattutto nel primo caso, evidenziano anche la percezione del Soccorso Alpino sul territorio come struttura a cui rivolgersi non solo in caso di incidente, ma anche per evitare di trovarsi in situazioni di maggiore pericolo. Più contenuta la quota dei casi più gravi, classificati come codice rosso (3), che si attesta al 2,7%.

 

Elicotteri, terra e uomini: la macchina del soccorso
L’elicottero è ormai uno strumento centrale, utilizzato in circa il 40–45% degli interventi. Ma non basta. Il 55–60% delle operazioni richiede ancora squadre a terra, indispensabili per raggiungere zone impervie, individuare i punti critici e garantire il recupero. È un sistema integrato, dove il mezzo aereo accelera, ma non sostituisce l’intervento umano. La formazione poi, rappresenta la parte più qualificante dell’attività poiché è l’aspetto determinante per la sicurezza dei soccorritori stessi e delle persone soccorse, sulla quale si gioca la nostra credibilità rispetto alle istituzioni che andiamo a surrogare negli interventi sanitari e non, in ambiente ostile e impervio ed anche antropizzato.

Dietro le quinte: 115mila ore di lavoro
C’è poi un numero che raramente entra nel dibattito pubblico: 115.093 ore di attività volontaria. Di queste, solo un quarto riguarda gli interventi diretti. Il resto è formazione, addestramento, gestione, preparazione. In altre parole, per ogni ora di soccorso sul campo, ce ne sono tre di lavoro invisibile. I dati sono anche nel 2025 estremamente significativi, sono stati eseguiti complessivamente 1.614 eventi formativi, con una presenza di complessivi 15.811 volontari ed una presenza media di 9,8 volontari per evento eseguito.

Il paradosso della sicurezza: quasi tutti senza assicurazione
Un dato colpisce più degli altri: il 96% delle persone soccorse non è iscritto al CAI e non ha copertura assicurativa, “a sottolineare che, nonostante gli oneri addebitati dalle varie regioni, sia molto diffusa da questa parte del versante alpino questo atteggiamento superficiale di non tutela e come occorra intensificare le iniziative di sensibilizzazione e informazione sull’argomento, a tale proposito ne è un esempio il lieve aumento degli utenti che erano provvisti di assicurazione alternative tipo Dolomiti Emergency, che si attestano attorno al 0.5 % circa, dato in calo rispetto il 2024, come anche gli assicurati con il Cai, che si attestato al 3.5%, dato in linea rispetto al 2024” spiega il Soccorso Alpino e Speleologico Veneto.

Chi viene soccorso: il profilo
L’identikit è preciso. Uomo (67%), italiano (74%), escursionista. tra i  20-30 anni (18%), ma il fenomeno riguarda in modo significativo anche le fasce dei 50-60enni, 30-40enni e 60-70enni. L’identikit dell’attività è chiaro: nel 52% dei casi si tratta di un escursionista, cioè di chi affronta la montagna senza attrezzature tecniche particolari. Le cause principali del soccorso raccontano situazioni spesso banali ma decisive: cadute, inciampi e scivolate (22%), seguite da condizioni fisiche non adeguate (18%), cadute dall’alto o ruzzolamenti (11%) e perdita di orientamento (11%). Anche il contesto delle attività coinvolte conferma il quadro: dopo l’escursionismo (52%) troviamo lo sci (12%), la progressione in montagna con o senza corde (9%), gli sport dell’aria (4%) e la bicicletta (4%).

La prevenzione come ultima frontiera. Il messaggio che arriva dalle strutture del soccorso è chiaro: non basta intervenire, bisogna prevenire. Scuole, eventi, comunicati, campagne social. Oltre 500 comunicazioni ufficiali in un anno, una presenza costante nei territori e online. L’obiettivo è uno solo: cambiare il modo in cui la montagna viene vissuta. Perché il problema non è la montagna. È l’approccio. Un sistema sotto pressione. Il 2025 si chiude quindi con un bilancio in crescita. Ma non è una crescita che rassicura. È il segnale di un sistema sotto pressione, chiamato a intervenire sempre più spesso non solo per incidenti, ma per scelte sbagliate a monte. E mentre i numeri salgono, il messaggio che arriva dai soccorritori è sempre lo stesso: la montagna non è cambiata. Sono cambiate, forse, le persone che la attraversano.

Per il presidente Giuseppe Zandegiacomo Sampogna, il punto centrale resta uno solo: la prevenzione. “Per noi del SASV  questa regola non vale: un aumento dell’attività operativa non è mai una buona notizia, perché significa più incidenti e più persone soccorse. Ci piacerebbe che questi dati fossero in calo”. E ancora: “la prevenzione è la vera arma che può far diminuire gli interventi, trasmettendo la giusta mentalità con cui affrontare la montagna, che deve essere rispettata e vissuta con prudenza e responsabilità”. Dal territorio delle Dolomiti Bellunesi, il delegato Michele Titton sottolinea un fenomeno ormai consolidato: più persone in montagna, più interventi, ma anche più situazioni evitabili.
“La montagna non è una palestra all’aperto né un ambiente privo di rischi – spiega –. Troppo spesso interveniamo per situazioni che potevano essere evitate con una preparazione adeguata e una corretta pianificazione dell’escursione, aggiungendo “il nostro obiettivo non è solo intervenire, ma soprattutto prevenire, investendo sulla cultura della sicurezza e sulla consapevolezza dei propri limiti”.

Più operativo il quadro tracciato da Roberto Morandi, che guida la Delegazione delle Prealpi Venete.
“Nel 2025 abbiamo garantito un’elevata operatività sul territorio, con oltre 420 interventi -spiega-L’attività è sempre più complessa e richiede una formazione continua per mantenere standard elevati di sicurezza ed efficacia. L’impiego dei droni con termocamere si è rivelato fondamentale per individuare più rapidamente i dispersi e ridurre i rischi per i soccorritori”. Uno sguardo più specialistico arriva dalla VI Delegazione speleologica, con Cristiano Zoppello. “Il recupero di un infortunato in grotta presenta difficoltà elevate sotto tutti i profili: tecnico, gestionale e sanitario-sottolinea-I tempi e le risorse necessarie sono sempre superiori rispetto a un intervento in superficie” aggiunge,  ricordando la complessità del territorio: “in Veneto sono presenti sistemi carsici tra i più estesi d’Italia, con grotte che superano i mille metri di profondità e sviluppi di decine di chilometri”.

di Redazione AltovicentinOnline

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