Quando in politica si parla di turismo, troppo spesso lo si fa con la superficialità di chi pronuncia una parola magica sperando che basti a risolvere ogni problema. È una scorciatoia retorica, soprattutto in campagna elettorale, quando molti amministratori, o aspiranti tali, agitano la promessa del “rilancio turistico” come se fosse un interruttore da accendere, senza un’idea, senza un progetto, senza uno straccio di visione. Provate ad ascoltare un candidato qualunque alle prossime amministrative. Ma ascoltatelo con attenzione.
La realtà è ben diversa: il turismo non si improvvisa e non nasce perché qualcuno, dal palco di un comizio, dichiara che “il nostro territorio ha potenzialità enormi”. Lo dicono tutti. Anche i territori più marginali, privi di infrastrutture, privi di identità riconoscibile, privi perfino dei servizi essenziali. La retorica del “basterebbe valorizzarlo” è diventata un mantra vuoto, un trucco comunicativo per guadagnare consenso facile. Una promessa che colpisce la pancia degli elettori perché intercetta la nostalgia di un passato che non c’è più e l’illusione di un futuro turistico pronto a risolvere ogni difficoltà economica.
Il problema è che molti amministratori parlano di turismo senza sapere di cosa parlano. Ridotto a slogan, diventa un contenitore indistinto, dove dentro finiscono sagre, mercatini, due camminate e qualche post sui social. Ed ecco che si spaccia per “promozione turistica” ciò che, nella migliore delle ipotesi, è animazione di paese. Nulla di male, ma non è turismo. Non porta sviluppo, non crea lavoro stabile, non trasforma un territorio.
Il turismo vero richiede ben altro: strategia, competenze specifiche, investimenti pluriennali, una visione coerente. Richiede capire chi siamo, cosa possiamo offrire, quale tipo di visitatori possiamo davvero attrarre e con quali esperienze uniche. Richiede infrastrutture, percorsi, manutenzione, professionalità. Richiede la capacità di guardare il territorio come un ecosistema, non come il palcoscenico di una festa estiva.
Ma tutto ciò, in campagna elettorale, pesa troppo: è difficile, non scalda gli applausi, non si esprime in tre righe di manifesto. Così si preferisce vendere l’illusione piuttosto che il progetto. Si preferisce annunciare, anziché costruire. Si preferisce la promessa del turismo lampo, quello che arriverà “appena sistemiamo due cose”, anziché ammettere che servono anni di lavoro serio.
Il risultato? Territori che restano fermi, amministrazioni che cambiano slogan a ogni giro di elezioni, cittadini a cui si racconta che basterà una sagra più grande o qualche influencer per trasformare il paese in una meta ambita.
Il turismo è una cosa seria. E il primo passo per costruirlo davvero è smettere di usarlo come specchio per le allodole elettorali.
N.B.