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Strisce pedonali: la precedenza non è l’immortalità

Quando le zebrature diventano un alibi: prudenza, visibilità e realtà contano più delle convinzioni.

Il pedone “ha la precedenza”. Vero. Ma non sempre, non comunque, e soprattutto non per magia. Nelle strade italiane sta prendendo piede una convinzione tossica: che le strisce pedonali siano un interruttore che congela le auto e sospende il buon senso. Basta mettere un piede sulla zebratura e il mondo si ferma. Peccato che la strada non funzioni così: tempi di reazione, spazi di frenata, visibilità, asfalto bagnato e distrazioni non si commuovono davanti alle strisce.

 

La precedenza non è un lasciapassare

Il Codice della strada obbliga i conducenti a dare precedenza ai pedoni sulle strisce. Ma pretende anche che il pedone attraversi con prudenza, senza indugi e senza comportamenti imprevedibili. La precedenza non è un permesso per attraversare “a sorpresa”: è una regola che vive dentro un’altra regola più grande, la sicurezza reciproca.

 

Uscita da scuola: attraversamento a branco (con smartphone incorporato)

Ogni giorno, davanti alle scuole, va in scena la coreografia: gruppi di ragazzi che escono in blocco, occupano l’attraversamento come fosse una piazza, occhi sullo smartphone e fede incrollabile nella frenata altrui. Si scende dal marciapiede, si continua a scrivere, e si dà per scontato che l’auto “capisca”. Funziona finché non arriva il caso peggiore: veicolo più veloce del previsto, conducente distratto, visuale coperta, fondo scivoloso.

Anche gli adulti: campioni di ‘mi spetta’

Poi ci sono gli adulti, che dovrebbero essere l’antidoto e spesso sono la conferma: attraversamenti in diagonale “per tagliare”, fuori dalle strisce perché “tanto è un attimo”, con cuffie, chiamate e chat. E quando l’auto arriva, lo sguardo che dovrebbe controllare si trasforma in rivendicazione: come se essere pedoni rendesse la prudenza facoltativa.

 

Passeggino in carreggiata, chat in mano: il paradosso

Il caso più amaro resta quello di mamme e papà con passeggino: non si rischia solo per sé, si porta un neonato dentro una scommessa. Spingere il passeggino in carreggiata mentre si messaggia non è multitasking: è delegare la sicurezza del bambino al riflesso di chi sta frenando. E se qualcosa va storto, lo smartphone non paga il conto.

 

Il titolo che assolve: ‘Investito sulle strisce’

A rendere il quadro più pericoloso c’è il carburante culturale: la convinzione che “il pedone ha sempre ragione”, spesso alimentata da una narrazione mediatica pigra. Titoli come “Investito mentre attraversava sulle strisce” suonano come una sentenza morale, ma spesso non dicono i fatti chiave: era già impegnato o è sbucato all’ultimo? Era visibile? Il veicolo era in frenata? C’erano ostacoli? Il titolo diventa scorciatoia emotiva e consolida un’idea sbagliata: precedenza uguale immunità.

 

Due secondi di prudenza valgono più di mille ragioni

Anche sulle strisce, l’attraversamento va costruito: fermarsi, guardare, valutare, accertarsi che il veicolo stia davvero rallentando, attraversare senza esitazioni e senza zig-zag. Fuori dalle strisce, la regola è ancora più severa: non si attraversa chiedendo al traffico di adattarsi a te; sei tu che devi scegliere il momento e il punto con criterio.

La precedenza, insomma,  non è un diritto assoluto: è un equilibrio fragile tra responsabilità reciproche. E conviene ricordarlo sempre: l’auto si ripara, la vita è una sola.

mds

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