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Valdegamberi-Vannacci e l’attacco frontale a Gino Cecchettin: ma sono i numeri della cronaca a condannare gli uomini

I numeri non accusano tutti gli uomini. Ma nemmeno possono essere ignorati per paura di accusarne qualcuno.

Non passa quasi giorno senza che la cronaca ci costringa a raccontare un femminicidio, una storia di stalking, una separazione che diventa persecuzione, un uomo che non accetta la fine di una relazione. E, nei casi più drammatici, la violenza arriva a colpire anche i figli, le madri, i familiari della donna, trasformandoli in vittime o in strumenti attraverso cui ferire ancora di più la compagna o l’ex compagna. È dentro questa realtà che esplode la nuova polemica politica sull’educazione affettiva nelle scuole. Stefano Valdegamberi, consigliere regionale veneto vicino a Futuro Nazionale di Roberto Vannacci, ha chiesto al ministro Giuseppe Valditara di fermare il programma della Fondazione Giulia Cecchettin, sostenendo che il rischio sia quello di trasformare il maschile in un genere da «correggere e rieducare» e di far sentire un bambino «potenzialmente colpevole semplicemente perché è nato maschio».

Vannacci ha rilanciato la contestazione, parlando di ideologia e criticando la presenza nelle scuole di educazione sessuo-affettiva e decostruzione degli stereotipi. Ma c’è un elemento che, in questa discussione, non può essere ignorato: i numeri della cronaca.

Il problema esiste, e ha un genere prevalente

Secondo l’Istat, nel 2024 le donne uccise in Italia sono state 116. Nel 92,1% dei casi in cui l’autore era identificato, si trattava di un uomo. Ancora più significativo è il dato relativo alle relazioni di coppia: 62 donne sono state uccise dal partner o dall’ex partner e in 61 casi l’autore era un uomo. Nello stesso anno, gli uomini uccisi da una partner sono stati otto, tutti per mano di una donna.

Sono numeri che non dicono che gli uomini siano violenti. Sarebbe una generalizzazione tanto ingiusta quanto priva di fondamento. Dicono però qualcosa di altrettanto difficile da eludere: esiste una specificità maschile nella violenza letale contro le donne, soprattutto quando la violenza nasce dentro una relazione.

E riconoscere questo dato non significa demonizzare una categoria. Significa semplicemente non negare la realtà. Il problema, dunque, non è il maschio in quanto tale. Il problema sono quei modelli di comportamento,  possesso, controllo, gelosia, incapacità di accettare un rifiuto o una separazione, che in una parte degli uomini possono trasformarsi in violenza. E proprio perché il fenomeno riguarda prevalentemente autori maschi, sarebbe difficile affrontarlo senza interrogarsi anche su come vengono educati i ragazzi.

Che cosa c’è nel protocollo Cecchettin

Il protocollo firmato nel gennaio 2025 dal Ministero dell’Istruzione e dalla Fondazione Giulia Cecchettin punta a promuovere il rispetto, le relazioni paritarie, la gestione non violenta dei conflitti e il contrasto agli stereotipi e alle discriminazioni di genere. Prevede inoltre attività di sensibilizzazione e formazione per studenti e docenti.

Nel testo non c’è una condanna biologica dei maschi e non viene attribuita ai ragazzi una colpa collettiva per la violenza commessa da altri uomini. La domanda posta da Valdegamberi, quindi, riguarda soprattutto come questi principi vengano tradotti concretamente nelle scuole e quali debbano essere i limiti e le garanzie dei percorsi educativi.

È una questione legittima, così come è legittimo chiedere che la scuola non diventi il luogo di imposizioni ideologiche. Ma altrettanto legittimo è domandarsi se educare al rispetto, al consenso, alla gestione della rabbia e all’accettazione di un rifiuto possa davvero essere definito una «criminalizzazione del maschile».

«Serve prevenzione a scuola»

È qui che arriva la reazione di Chiara Luisetto, consigliera regionale del Pd, che ha parlato di una «indegna strumentalizzazione» e ha sostenuto che «serve prevenzione a scuola» e che il protocollo è «uno strumento formidabile».

Una posizione che parte da una considerazione semplice: se la cronaca continua a raccontare uomini che non accettano la libertà delle proprie compagne, forse vale la pena chiedersi se qualcosa possa essere fatto prima che il conflitto diventi violenza.

La scuola, naturalmente, non può impedire da sola un femminicidio. Non esiste una lezione capace di trasformare una persona violenta. Ma può contribuire a costruire un linguaggio e una cultura nei quali il possesso non venga confuso con l’amore, la gelosia con l’affetto, il controllo con la protezione e un «no» con un’offesa.

Nessuna colpa collettiva, nessuna rimozione dei dati

È possibile tenere insieme due concetti che nella polemica politica sembrano diventati incompatibili.

Un ragazzo non è colpevole perché è maschio. Ma non possiamo nemmeno ignorare che, quando si parla di donne uccise dal partner o dall’ex partner, gli autori sono quasi sempre uomini. Questo non autorizza a mettere sotto accusa un intero genere. Impone però di interrogarsi su ciò che, all’interno della cultura maschile, può favorire o normalizzare alcuni comportamenti: il bisogno di controllo, l’incapacità di accettare il rifiuto, l’idea che la fine di una relazione rappresenti un torto da vendicare. Ed è forse proprio qui che la discussione sull’educazione affettiva dovrebbe sottrarsi alla guerra politica.

Non si tratta di «rieducare i maschi». Si tratta di capire se possiamo insegnare ai ragazzi, prima che sia troppo tardi, che una donna non appartiene a nessuno, che una separazione non è un’ingiustizia da punire e che la libertà dell’altra persona non diminuisce la propria.

Il percorso che è stato organizzato dall’università di Firenze con la Fondazione Cecchettin (rivolto a docenti della scuola dell’infanzia e delle scuola primaria) non mira assolutamente a minare o colpevolizzare il maschile. È un percorso volto a cogliere le presenza di stereotipi di genere nella società (e per esempio nei libri di testo per bambini), a capire come lavorare a scuola affinché vi sia una maggiore competenza emotiva ed empatia in bambini e bambine, a comprenderne le fragilità e molto altro. Tra i moduli attivati ce n’è uno rivolto proprio al recupero di una dimensione maschile scevra da giudizi e stereotipi

Natalia Bandiera

 

 

 

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