«Sono qui oggi perché sento il dovere di chiedere scusa». È da queste parole che riparte la storia di Adriano Cappellari, il giovane di Enego finito al centro dell’inchiesta sull’attentato incendiario alla propria abitazione, accompagnato da lettere minatorie. Una storia che aveva scosso una comunità, acceso la solidarietà, mobilitato istituzioni e Forze dell’Ordine e che ora, alla luce degli sviluppi dell’indagine, assume contorni completamente diversi.
Cappellari ha scelto di parlare davanti alla pm Alessia Grenna, alla quale per due ore ha risposto alle domande. Al suo fianco il suo difensore, il sindaco di Asiago Roberto Rigoni Stern. Molti hanno malignato su questa scelta.
Poi una lettera aperta, nella quale il giovane chiede scusa a tutti: a chi gli aveva creduto, alla famiglia, agli amici, alla comunità di Enego, alle istituzioni e alle Forze dell’Ordine. «Ho tradito la loro fiducia», ammette.
È un’ammissione che arriva dopo giorni nei quali Cappellari era apparso come la vittima di una vicenda inquietante. Il giovane, collaboratore del quindicinale L’Altopiano e del Giornale di Vicenza, giornalista in erba, aveva denunciato un attentato incendiario. Attorno a quella denuncia si era costruita una storia di paura e di solidarietà. Poi l’inchiesta ha ribaltato la prospettiva: Cappellari è stato indagato con l’ipotesi di aver inscenato lui stesso l’attentato. Per attirare l’attenzione su di sé, per far parlare di sé, per costruirsi la figura del giornalista che sfidava la mafia e che aveva avuto addirittura la solidarietà del premier Giorgia Meloni, sua beniamina, dicono i suoi conoscenti.
Ora dice di essere consapevole della gravità di quanto accaduto. Non cerca giustificazioni, scrive. Parla di un periodo di forte contrapposizione nel paese, coinciso con la campagna elettorale, di paura, emozioni e di un «profondo disagio personale». «Ho perso lucidità», afferma. Parole che dovranno essere valutate nel loro contesto e che non cancellano, naturalmente, le responsabilità che saranno eventualmente accertate dalla magistratura.
Ma questa storia pone una domanda che va oltre le carte di un’inchiesta. Che cosa può spingere un giovane a cercare una scorciatoia così estrema per attirare l’attenzione, conquistare uno spazio, sentirsi finalmente visto? È una domanda scomoda, perché non ha risposte semplici.
Viviamo in un tempo nel quale ai ragazzi viene chiesto continuamente di emergere. Di essere bravi, competitivi, originali, veloci. Di costruirsi un’identità e mostrarla, possibilmente prima degli altri. I social hanno amplificato questa dinamica, trasformando spesso l’attenzione in una sorta di moneta: più vieni visto, più sembri contare.
Ma la vita reale funziona diversamente.
La vita reale è fatta di tempi lunghi, di tentativi, di porte che si chiudono, di errori, di occasioni perse e di seconde possibilità. Di cazziatoni da parte dei più «anziani», che dovrebbero insegnarti, come è accaduto a ognuno di noi, che nella vita c’è da sudare, sacrificarsi, fare gavetta per imparare.
Il successo non arriva sempre quando lo vorremmo. E soprattutto non può essere costruito artificialmente. Molti, con l’avvento degli strumenti della rete, a disposizione ormai da un ventennio, riescono spesso a sfuggire al percorso di chi deve imparare a comporre un articolo giornalistico prima di pretendere di essere un cronista antimafia. L’intelligenza artificiale, usata dai «furbi delle professioni», può ingannare la realtà solo apparentemente, perché prima o poi il palco crolla.
La vicenda di Cappellari, proprio perché estrema, ci costringe a guardare un problema che estremo non è: il bisogno dei giovani di sentirsi riconosciuti e ascoltati. Non significa giustificare. Significa provare a capire. Significa chiedersi se, qualche volta, siamo abbastanza attenti a quei segnali che precedono una caduta. Se sappiamo riconoscere un ragazzo che si sente fuori posto, schiacciato dalle aspettative, frustrato perché non riesce a raggiungere rapidamente ciò che desidera. E significa anche ricordare ai nostri figli che non c’è nulla di sbagliato nel non essere ancora arrivati. Che non bisogna avere fretta di diventare qualcuno. Che si può fallire senza essere un fallimento. Che si può chiedere aiuto con l’umiltà di chi vuole imparare. Che l’attenzione degli altri non è una misura del proprio valore.

Cappellari, nella sua lettera, guarda già al dopo. Dice di sapere che recuperare la fiducia sarà difficile, forse impossibile per qualcuno. Non chiede comprensione né indulgenza. Dice di voler accettare le conseguenze delle proprie azioni e si dichiara disponibile a impegnarsi al fianco di don Maurizio Patriciello e delle sue iniziative sulla legalità. Lo ha fatto arrabbiare parecchio, quel don di Caivano che, con affetto, gli aveva preso il viso tra le mani, convinto davvero che quello sbarbatello veneto fosse finito nel mirino della criminalità organizzata. Lui lo ha perdonato e lo ha perdonato anche la società, che ha capito che gran parte della colpa di questa vicenda assurda ce l’hanno anche quegli adulti che non hanno prestato attenzione ai tratti mitomani del ventenne di Enego. Adulti che hanno alimentato il suo disagio psicologico pubblicando una notizia che avrebbe dovuto insospettire chiunque. Forse, in questa vicenda, dovrebbero chiedere scusa in primis coloro i quali hanno usato cinicamente la storia montata da Cappellari, che, se non avesse avuto adulti più presi dal cavalcare il finto attentato che dal soffermarsi su quel ragazzo, non sarebbe arrivato a certi estremi. Come farsi dare una scorta per girare per l’Italia a spese del contribuente.
Da adulti si augura ad Adriano un percorso costruttivo, che possa essere l’inizio di una nuova vita, ma dovrà essere fatto lontano dai riflettori.
Perché anche la ricostruzione della fiducia, come la sua perdita, non può essere una scorciatoia.
N.B.