Una testimonianza dura, sofferta, arrivata in questi giorni alla redazione di Altovicentinonline. A scriverla è una giovane mamma che racconta il suo parto cesareo all’ospedale di Santorso: un’esperienza che, da momento atteso e gioioso, si è trasformata in un percorso di dolore, solitudine e paura.
I fatti
La donna, residente nell’Alto Vicentino, spiega di essere arrivata il 19 febbraio per il cesareo programmato, dopo una gravidanza serena e controllata. Una malformazione uterina e un precedente cesareo avevano orientato i medici verso un secondo intervento. «Sono sempre stata sana: pressione perfetta, glicemia nella norma, analisi impeccabili», sottolinea nella sua lettera. Secondo il suo racconto, l’intervento, previsto al mattino, è stato eseguito solo a mezzogiorno per alcune urgenze in sala parto. L’ingresso in sala operatoria segna l’inizio del trauma. La paziente riferisce di essere stata incisa senza preliminari controlli sulla sensibilità residua dell’anestesia e di essersi svegliata confusa, mentre scopriva che la vescica era stata lesionata accidentalmente durante l’operazione. «Lì per lì non capivo la gravità della situazione. Hanno chiamato l’urologo, messo vari punti, poi mi hanno portata in stanza. Nessuno mi ha detto nulla».
La donna racconta di essersi ritrovata con catetere, drenaggio e un neonato da accudire. «Nessuno si chiedeva come facessi a sollevarlo o cambiarlo con il dolore che provavo». Il giorno successivo, una ginecologa le avrebbe comunicato solo che “può succedere” e che avrebbe dovuto tenere il catetere per tre settimane. «Dal reparto, nessuna parola di supporto. Solo silenzio». Le difficoltà proseguono a casa, nonostante l’aiuto costante della madre. Nei successivi controlli, la donna riferisce lunghe attese anche con il neonato e un cambio del catetere descritto come traumatico: «Hanno sbagliato tipo di catetere, me l’hanno rimesso urlavo dal dolore. Solo dopo ore è intervenuto il primario».
Dopo le tre settimane, l’ultimo appuntamento per la rimozione del catetere: ancora attese, ancora nessuna priorità. «Ho scritto un reclamo, ma nessuno mi ha contattata. È un trauma che mi porterò dietro tutta la vita», conclude, sottolineando di essere stata “fortunata” solo grazie al supporto della famiglia.
La replica dell’Ulss 7 Pedemontana
Ricevuta la testimonianza, la Direzione dell’Ostetricia-Ginecologia dell’ospedale di Santorso ha inviato una nota ufficiale. Pur non entrando nei dettagli clinici del caso, l’Azienda ribadisce che «l’intervento è stato eseguito con tutte le precauzioni e profilassi possibili», ricordando che il quadro era «prevedibilmente complesso già in fase pre-operatoria».
Al tempo stesso, l’ULSS 7 esprime «rammarico per l’esperienza di ricovero vissuta dalla Paziente», chiarendo che quanto riferito «non rispecchia gli standard assistenziali che caratterizzano l’Ostetricia di Santorso né gli altri reparti dell’ULSS 7 Pedemontana».
La Direzione assicura che la testimonianza sarà «oggetto di approfondimenti come di prassi», vista come «un’opportunità di miglioramento» tanto della qualità clinica quanto di quella percepita dagli utenti.
La vicenda riporta al centro il tema dell’assistenza nel post parto, della comunicazione tra personale sanitario e pazienti e della necessità, per le madri che affrontano interventi complessi, di un supporto adeguato non solo medico ma anche umano.
di redazione AltovicentinOnline