Nove mesi alle prese con le conseguenze di una grave infezione batterica, le difficoltà nel riuscire a prenotare gli esami di controllo attraverso il Servizio sanitario pubblico e, alla fine, la scelta di rivolgersi alla sanità privata per non rimanere ulteriormente in attesa. È la vicenda raccontata in una lettera inviata alla redazione e alla Regione Veneto da un uomo dell’Alto Vicentino, che ha chiesto di mantenere l’anonimato. Diritto alla privacy che è sacrosanto quando c’è di mezzo la salute.
Una testimonianza che riporta l’attenzione sul problema delle liste d’attesa e sulle difficoltà incontrate dai pazienti quando, conclusa la fase del ricovero, devono proseguire il percorso di cura con visite specialistiche ed esami diagnostici.
La vicenda ha inizio alla fine di gennaio scorso, quando l’uomo viene ricoverato nel reparto di Malattie infettive dell’ospedale di Santorso a causa di una grave infezione batterica. L’infezione, inizialmente presente nel sangue, raggiunge la colonna vertebrale provocando una spondilodiscite, una patologia che interessa i dischi intervertebrali e le vertebre. La gravità della situazione richiede un ricovero di circa un mese e mezzo e, dopo un consulto specialistico neurochirurgico, l’utilizzo di dispositivi di sostegno: un busto lombare e un collare con supporti toracici, necessari per prevenire possibili cedimenti.
A metà marzo arriva finalmente la dimissione, accompagnata dall’inserimento in un percorso di post ricovero per completare gli accertamenti e le visite indispensabili alla prosecuzione delle cure.
Il problema dopo la dimissione
Per il paziente, la fase del ricovero e quella del post ricovero si svolgono senza particolari criticità, con prestazioni generalmente eseguite nei tempi previsti e con sollecitudine. Le difficoltà, racconta, cominciano quando termina il percorso assistenziale successivo alla degenza. Dopo circa un mese, infatti, gli accertamenti effettuati non sono ancora sufficienti a concludere l’iter clinico, anche a causa del persistere di alcune condizioni critiche. L’uomo si ritrova quindi con le impegnative per gli ulteriori controlli da prenotare attraverso i normali canali del sistema sanitario.
Le richieste riguardano una Tac e una visita neurochirurgica, da prenotare rispettivamente attraverso i Centri unici di prenotazione (Cup) dell’Ulss 7 Pedemontana e dell’Ulss 8 Berica.
«Ogni contatto telefonico con i Cup sfociava in un inserimento in lista d’attesa senza una minima idea del termine cui si sarebbe arrivati, neanche ipotetico», riferisce nella lettera. A nulla, secondo quanto racconta, sarebbero valsi i ripetuti solleciti telefonici e le segnalazioni inviate agli Uffici relazioni con il pubblico (Urp) attraverso i siti delle rispettive aziende sanitarie.
Nel frattempo, gli sarebbe stato spiegato che nelle prescrizioni dei controlli non è possibile indicare una vera e propria classe di priorità, ma soltanto annotare le tempistiche richieste, il cui rispetto dipende poi dalla gestione della singola Ulss.
L’attesa e la scelta della sanità privata
I mesi passano e l’uomo si ritrova a trascorrere l’intera estate con il collare cervicale, che dichiara di indossare ancora oggi. Almeno il busto lombare è riuscito a toglierlo grazie a una visita effettuata durante il percorso di post ricovero. Per ottenere gli ulteriori controlli necessari, tuttavia, ha dovuto rivolgersi a strutture private, sostenendo personalmente i costi delle prestazioni. Dopo nove mesi dall’inizio della patologia, ha effettuato una Tac a pagamento e si è rivolto anche a un poliambulatorio privato per la visita neurochirurgica, nella speranza di poter finalmente proseguire il proprio percorso di cura.
Una decisione maturata, spiega, dopo aver atteso invano una convocazione attraverso il servizio pubblico.
Nella sua lettera, l’uomo precisa di non avere nulla da contestare al trattamento ricevuto durante il ricovero e nel periodo di post ricovero. La sua critica riguarda invece le difficoltà incontrate successivamente, quando la necessità di proseguire i controlli si è scontrata con l’assenza di indicazioni sui tempi delle prestazioni. Un aspetto che, sottolinea, ha avuto ripercussioni anche sul piano psicologico: «Sarebbe comunque stato preferibile avere una data, anche lontana, piuttosto che essere lasciato nel limbo della lista d’attesa».
Un’ulteriore attesa di un anno e mezzo
La lettera si chiude con un’altra segnalazione che riguarda sempre i tempi della sanità pubblica. L’uomo riferisce infatti di essere ancora in attesa di un’ecografia presso l’ospedale di Bassano del Grappa da quasi un anno e mezzo.
La sua testimonianza pone così una questione che va oltre il singolo caso: la continuità assistenziale dopo un ricovero importante e la possibilità, per i pazienti, di accedere in tempi ragionevoli agli esami e alle visite necessari per seguire l’evoluzione della propria patologia.
Il racconto è stato inviato anche alla Regione Veneto. L’uomo ha scelto di renderlo pubblico senza rivelare la propria identità, affidando alla sua esperienza una richiesta di attenzione sulle difficoltà che possono incontrare i cittadini quando, una volta dimessi dall’ospedale, devono proseguire le cure e non riescono a ottenere una data per i controlli specialistici.
Una storia che fa riflettere, che ci ha colpiti anche per i toni di questa persona. La redazione di AltovicentinOnline è a disposizione dell’Ulss 7 qualora volesse replicare.