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Thiene. “Serve rispetto, non slogan: cosa significa davvero entrare all’ospedale di Santorso in sedia a rotelle”. Intervista a Umberto D’Anna

 

Negli ultimi giorni il tema dell’accessibilità dell’ospedale di Santorso è tornato al centro del dibattito pubblico, spesso in modo superficiale. Sui social non mancano commenti che minimizzano le difficoltà delle persone con disabilità motorie. Abbiamo intervistato Umberto D’Anna, disabile costretto alla sedie a rotelle,  che da anni si occupa di inclusione e barriere architettoniche, per capire dove stanno davvero i problemi.

Si è parlato molto dell’ingresso principale dell’ospedale. È davvero inaccessibile?
R: Dire semplicemente “non è accessibile” non è corretto. L’ingresso è tecnicamente raggiungibile, ma il punto è come. La lunga rampa laterale è la dimostrazione di una soluzione progettata più sulla carta che sulla realtà quotidiana. È ripida, scoperta, impegnativa da affrontare da soli. In carrozzina, soprattutto se manuale, può diventare uno sforzo enorme o persino pericoloso quando piove o c’è umidità.

 Molti utenti sui social ribattono che “c’è la rampa, quindi il problema non esiste”. Cosa risponde?

R: È una semplificazione che nasce dall’ignoranza sul tema. Una rampa non è automaticamente sinonimo di accessibilità. Una rampa troppo lunga o troppo ripida è un ostacolo tanto quanto una scala. E poi c’è l’aspetto della dignità: entrare in ospedale dovrebbe essere possibile in autonomia, senza dover chiedere aiuto ogni volta.

 Esiste comunque un ingresso facilitato. È una buona alternativa?
R: Non del tutto. I posti auto riservati sono solo tre, e uno è destinato ai mezzi speciali. Quando c’è affluenza, trovare posto è difficilissimo. A chi non vive problemi motori può sembrare una cosa da poco, ma per una persona in carrozzina spostarsi anche solo 30 metri in più può essere un limite invalicabile.

E all’interno dell’ingresso facilitato quali sono le criticità?
R: Le sedute disponibili sono quasi tutte sedie trasportino. Non parliamo di carrozzine vere, quelle che permettono di muoversi da soli. Sono strumenti che richiedono un accompagnatore e hanno ruote piccole che non permettono autonomia. Per chi arriva da solo è un ostacolo immediato. E spesso sono scomode e vanno spinte “al contrario”: un disagio per tutti, accompagnatori compresi.

Qual è, secondo lei, il nodo più importante da affrontare?
R: Capire la differenza tra accessibilità teorica e accessibilità reale. Una struttura sanitaria moderna non deve garantire solo l’entrata fisica, ma anche la possibilità di muoversi dentro e fuori con serenità, sicurezza e autonomia. Le persone con disabilità non chiedono favori: chiedono semplicemente di essere messe nelle stesse condizioni degli altri cittadini.

 Criticare questi aspetti significa mettere in discussione il lavoro dell’ospedale?
R: Assolutamente no. L’ospedale di Santorso è una struttura di valore e il personale sanitario lavora con grande professionalità. Ma proprio per questo è importante evidenziare ciò che non funziona. Criticare in modo costruttivo serve a migliorare, non ad attaccare.

 Cosa significa davvero “accessibilità” per chi usa una sedia a rotelle?
R: Significa poter entrare senza rischi, senza fatica e senza dipendere dagli altri. Significa non dover affrontare una rampa che diventa una salita proibitiva sotto la pioggia. Significa trovare una carrozzina utilizzabile, non una sedia‑trasportino. Significa poter parcheggiare vicino al punto d’ingresso. In una parola: significa dignità.

 Cosa direbbe a chi commenta sui social minimizzando il problema?
R: Direi di informarsi e, soprattutto, di ascoltare. Chi vive una disabilità non ha bisogno di slogan o giudizi facili. Ha bisogno che la sua esperienza venga capita e rispettata. Prima di dire “ma c’è la rampa”, bisognerebbe chiedersi: quella rampa la affronteresti da solo, in carrozzina, sotto la pioggia?

di Redazione AltovicentinOnline

 

 

 

 

 

 

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