Un copione già visto, già vissuto. Undici volte in ventisette anni. Non un episodio isolato, ma una ferita che si riapre ciclicamente, lasciando dietro di sé cocci e danni. Al Bar Black Stone di Zanè la scena è sempre la stessa. Un copione già visto, già vissuto. Troppe volte da chi in tutto questo tempo si rimbocca ogni volta le maniche, per andare avanti. “Ma la rabbia resta” racconta Narcisa Lucca, contitolare del locale.
Il tutto è successo nella notte che portava al 1° maggio. Sono le quattro del mattino. L’ora in cui la notte sembra immobile e aspetta il primo respiro dell’alba. Ma a Zanè, in via del Costo 99, il silenzio viene squarciato da un boato secco, violento. Il vetro massiccio di una finestra che cede. “Erano in due, alti e agili”,aggiunge Narcisa dopo avere visionato le immagini delle telecamere, consegnate ai carabinieri al momento della denuncia, anche se: “la telecamera è posizionata lontana dal punto di intrusione”. Ma resta viva la speranza che i militari dell’Arma, da quelle sagome, possano dare un nome a chi ha colpito.

I ladri, però, non fanno in tempo ad andare fino in fondo. I fumogeni, sistema di sicurezza che si attiva in pochi istanti, riempiono il locale e li costringono alla fuga. Una difesa che funziona, sì. Ma che non basta a cancellare la violenza dell’atto. “Anche se siamo assicurati per i vetri, resta la rabbia”. Tanta. Ma anche il senso di impotenza. È la stanchezza di chi, dopo una vita di lavoro, si ritrova ancora una volta a fare i conti con la paura e con i danni da riparare. È la rabbia di una barista che non chiede molto: solo di poter lavorare in pace.
Lavorare dietro ad un bancone significa sacrifici, sveglie all’alba, clienti diventati volti familiari. Costruendo qualcosa giorno dopo giorno. E poi, in pochi secondi, vedere tutto violato da chi non ha nulla da perdere.
Qualcuno potrebbe dire che questa volta “è andata bene”. Solo danni e niente furto. Ma quando accade, anche fosse solo per una volta, significa che qualcosa non va nella prevenzione, nella tutela della sicurezza del territorio.

E quando non è la prima volta, quando accade per l’undicesima volta, allora non si può più parlare di casualità o sfortuna. Non è più soltanto cronaca nera: è un segnale, forte, insistente. Un grido che pretende attenzione.
Così, mentre Zanè si risveglia e prova a tornare alla normalità, resta una domanda che pesa più dei vetri infranti: quante volte ancora?
Paola Viero