«Quando oltre 30 anni fa frequentavo l’Istituto Professionale Statale G.B. Garbin, facevo 18 ore di sartoria alla settimana. Adesso a scuola se ne fanno molte meno, perché i percorsi curriculari ministeriali hanno ridotto l’insegnamento pratico. Così chi esce oggi dagli indirizzi di moda spesso non sa neppure infilare una macchina da cucire». È drastico il giudizio di Elena Dalle Nogare, titolare di Sagester, piccola azienda artigiana di Zané diventata marchio olimpico nell’abbigliamento per il pattinaggio sportivo.
Sagester è tra le piccole realtà di settore che “si ostinano” a mantenere la produzione in Italia, dove tra le varie difficoltà occorre anche fare i conti con il ricambio generazionale del personale altamente specializzato. L’età media degli addetti nei reparti produttivi, anzi delle addette visto che sono soprattutto donne, supera infatti i 50 anni. Quindi è concreto il rischio che, in mancanza di forze fresche, si vada a perdere definitivamente il saper fare che ha determinato l’eccellenza manifatturiera del sistema moda italiano.
La provincia di Vicenza è stata a lungo terra di confezionisti di abbigliamento. La filiera però si sta progressivamente riducendo come numero di aziende e di addetti. E le attività che restano, se vogliono proseguire, hanno bisogno di trovare giovani che “si innamorino” delle varie fasi del processo produttivo. Non servono solo esperti di marketing e comunicazione, profili creativi e modellisti digitali, cioè lavori d’ufficio a cui aspira la maggior parte delle ragazze e dei ragazzi interessati a lavorare nella moda. Sono richieste anche figure che sappiano realizzare prototipi dalla A alla Z e manodopera specializzata nelle singole fasi del processo produttivo, dove le abilità manuali sono imprescindibili. «Noi facciamo tutto internamente, dalla creazione dei capi in avanti», spiega Dalle Nogare. «Eravamo in venti persone, ma a gennaio di quest’anno ci sono stati tre pensionamenti: trovare nuovo personale per le sostituzioni è difficile, trovarne di giovane è difficilissimo. Ci orientiamo su over 50 con esperienza».
Situazioni simili sono riportate da due aziende artigianali conto terziste: Fun Factory Mode di Pianezze, specializzata nello sviluppo di abbigliamento in denim, e Co.cin.ella di Schio, che fa controllo qualità capi, stiro, finissaggio e gestione logistica. «Le imprese di settore dell’Alto Vicentino segnalano in particolare difficoltà nel trovare giovani disponibili a intraprendere percorsi professionali nella filiera e carenza di figure tecniche e operative specializzate», osserva Filippo Zago, socio di Fun Factory Mode (15 persone) e presidente Federmoda CNA Veneto Ovest in vista dell’incontro con le aziende “Moda artigiana: come competere?” in programma il 26 maggio a Vicenza. «Per attrarre giovani occorre valorizzare maggiormente il lavoro manifatturiero e artigiano e rafforzare il collegamento tra scuola e impresa. Ma le piccole realtà come le nostre hanno il problema dei costi elevati per la formazione interna dei neo assunti. Molte aziende continuano a investire direttamente nella formazione “in bottega”, ma questo richiede tempo, risorse e sostegno da parte delle istituzioni. Inoltre, serve corresponsabilità da parte dei grandi marchi. La strada, come sottolineato dalla presidente nazione di CNA Federmoda, Doriana Marini, è quella dei patti di filiera tra imprese, brand, lavoratori e istituzioni, perché senza equilibrio economico lungo la filiera il sistema non regge».
Cinzia Fabris rimarca infine la sfida dell’attrattività del lavoro “in fabbrica”, se si vuole evitare che le attività rimaste chiudano perché nessuno vuole più fare il lavoro manuale. «In azienda siamo una decina di donne, quasi tutte over 50. Se non cambia qualcosa, fra qualche anno non saremo in grado di sostituire chi andrà in pensione. Per esempio, non si trovano rimagliatrici e rammendatrici, e la soluzione non verrà certo dall’intelligenza artificiale!».
Federico Piazza