Quasi 68 mila imprenditori nati all’estero in Veneto. In dieci anni sono cresciuti del 17,6%, mentre quelli nati in Italia sono diminuiti del 7,5%. Il paradosso è servito: nella terra che ha costruito la propria fortuna sull’impresa, il lavoro autonomo sembra convincere sempre meno chi qui è nato. C’era una volta il Veneto delle partite Iva, delle botteghe di famiglia, delle piccole aziende nate in un garage e cresciute a forza di sacrifici, straordinari e pranzi saltati: il Veneto di chi si metteva in proprio perché voleva costruirsi un futuro, senza aspettare che qualcuno glielo apparecchiasse. Quel modello esiste ancora, ma qualcosa sta cambiando. E i numeri raccontano una trasformazione che merita ben più di una scrollata di spalle.
Secondo i dati del Rapporto 2026 sull’economia dell’immigrazione della Fondazione Leone Moressa, reso pubblico nei giorni scorsi, sono 67.662 gli imprenditori nati all’estero attivi nelle sette province venete. Tra il 2015 e il 2025 il loro numero è cresciuto del 17,6%. Nello stesso periodo, gli imprenditori nati in Italia sono diminuiti del 7,5%, contro una flessione media nazionale del 5,2%.
Il mito dell’imprenditore veneto non basta più
Per anni ci siamo raccontati che il Veneto fosse una terra speciale, popolata da gente con il lavoro nel Dna e la partita Iva quasi come segno distintivo. Una narrazione non priva di fondamento, ma che oggi rischia di diventare una fotografia ingiallita appesa alla parete, perché il problema non è che gli imprenditori nati all’estero siano sempre più numerosi. Il problema, semmai, è capire perché sempre meno persone nate in Italia scelgano di intraprendere la stessa strada. Aprire un’attività significa affrontare costi, burocrazia, concorrenza, affitti, tasse e responsabilità. Significa spesso lavorare quando gli altri riposano e fare i conti con margini che non sempre ripagano gli sforzi. Se il lavoro autonomo perde attrattiva, liquidare tutto con un generico ‘mancano i giovani’ o con il solito lamento sulla crisi rischia di essere troppo comodo. La domanda, allora, è meno ideologica e più concreta: che cosa rende oggi meno conveniente, meno sostenibile o semplicemente meno desiderabile fare impresa per chi è nato qui? Una domanda che dovrebbe interessare associazioni di categoria, amministratori, istituti di credito e politica. Perché celebrare il passato imprenditoriale del Veneto è facile. Creare le condizioni perché quel dinamismo continui a esistere è decisamente più impegnativo.
Non soltanto muratori e baristi
C’è poi un altro stereotipo da aggiornare. L’imprenditoria straniera non si limita più all’edilizia, ai piccoli negozi o alla ristorazione. Il fenomeno si è esteso al commercio, ai servizi, ai centri estetici, ai parrucchieri e persino alla gestione di centri di assistenza fiscale e servizi al cittadino. È il segnale di una trasformazione che coinvolge attività quotidiane e settori sempre più diversificati. Le seconde e terze generazioni stanno compiendo un salto di qualità: non soltanto piccole attività tradizionali, dunque, ma servizi più strutturati e nuove opportunità imprenditoriali. Naturalmente, i numeri non dicono da soli quanto ogni impresa sia solida, quanto lavoro produca o quali siano le condizioni dei dipendenti, ma raccontano una propensione a mettersi in gioco che sarebbe miope ignorare.
Vicenza, 10.501 imprenditori nati all’estero: crescono del 15%
Anche la provincia di Vicenza offre uno spaccato significativo di questa trasformazione. Nel 2025 gli imprenditori nati all’estero sono 10.501, pari al 15,5% del totale regionale degli imprenditori immigrati e al 9% del totale provinciale. Tra il 2015 e il 2025 il loro numero è aumentato del 15%. Sul fronte degli imprenditori nati in Italia, invece, nello stesso periodo si registra una diminuzione del 4,7%. Il quadro vicentino conferma quindi una tendenza che attraversa il Veneto: l’imprenditoria nata all’estero cresce, mentre quella nata in Italia si riduce. Le due variazioni, da sole, non spiegano le ragioni del fenomeno, ma pongono una questione che il territorio non può ignorare. In una provincia dalla forte tradizione manifatturiera e artigianale, la capacità di avviare nuove attività e garantire il ricambio generazionale è fondamentale. Non si tratta di stabilire una competizione tra imprenditori italiani e stranieri, ma di capire come mantenere vivo un tessuto economico che ha fatto della piccola impresa uno dei suoi punti di forza, perché il problema non è chi apre un’attività, ma se il territorio riesce a offrire condizioni favorevoli a chiunque voglia investire, lavorare e creare valore.
Nella altre province
La distribuzione provinciale evidenzia differenze significative. Verona guida la classifica con 13.808 imprenditori nati all’estero, pari al 20,4% del totale regionale, seguita da Venezia con 13.470 (19,9%), Padova con 12.583 (18,6%) e Treviso con 12.474 (18,4%). Venezia si distingue per la crescita più marcata nell’ultimo decennio, con un incremento del 38,7%, e per la più alta incidenza provinciale di imprenditori nati all’estero, pari al 12,9%. Seguono Padova, con un aumento del 19,9%, Verona (+14,3%) e Treviso (+7,8%). Tra il 2015 e il 2025, il numero di imprenditori nati all’estero a Rovigo è cresciuto del 14,7%. Belluno rappresenta l’unica eccezione, con una flessione del 5,7%. Sul fronte degli imprenditori nati in Italia, invece, il segno è negativo in tutte le province. Otre al calo più contenuto di Vicenza (-4,7%), seguita da Verona e Treviso con -6,5%, a Venezia la diminuzione è del 7,3%, mentre a Padova raggiunge l’8,8%. Le contrazioni più marcate riguardano Belluno (-13%) e soprattutto Rovigo (-15,8%).
di Redazione AltovicentinOnline