- AltoVicentinOnline - https://www.altovicentinonline.it -

Caso Rabito. Social, è ora di denunciare gli “webeti”: criticare è un diritto, diffamare un reato

La vicenda di Marco Rabito riporta al centro una domanda che ormai non può più essere rimandata: quanto deve essere tollerato chi utilizza i social per insultare, denigrare o diffamare una persona che svolge pubblicamente il proprio lavoro? Forse, se imparassimo a denunciare chi sbaglia sui social, metteremmo un freno al dilagare degli insulti di chi non sa esprimere la propria idea senza scadere nell’illegalità. Perché c’è una linea ben spessa tra esprimere il proprio pensiero e la diffamazione.

Il meteorologo e divulgatore vicentino ha scelto di non lasciar correre. Dopo una serie di attacchi ricevuti online, ha deciso di denunciare le persone che, a suo giudizio, hanno superato il limite della critica, trasformando il dissenso in offesa personale e attacco alla reputazione.

Ed è proprio qui che passa il confine. Contestare Rabito è legittimo. Insultarlo non lo è. Si può sostenere che una previsione sia sbagliata, criticare il suo modo di comunicare, mettere in discussione un’analisi. Quello è il normale confronto. Diverso è utilizzare una tastiera per colpire la persona, magari nascosti dietro un profilo senza nome e senza volto.

Rabito ha anche indicato una possibile strada per affrontare il problema: rendere i profili social maggiormente riconducibili a persone reali, attraverso sistemi di identificazione come SPID o Carta d’identità elettronica. Una proposta che può essere discussa e criticata, ma che nasce da un’esigenza concreta: ricordare a chi scrive online che le parole hanno un autore e che quell’autore deve assumersene la responsabilità. Perché forse il vero deterrente non è cancellare un commento o bloccare un utente. È fargli capire che, quando supera il limite, può essere chiamato a risponderne anche economicamente.

La denuncia di Rabito, dunque, non dovrebbe essere letta come un tentativo di mettere il bavaglio alla critica. È quasi l’opposto: difendere la possibilità di discutere senza trasformare il confronto in una gara a chi offende di più. Lo abbiamo fatto anche noi di AltovicentinOnline, dopo commenti diffamatori, perché, se non reagisci, non metterai mai un freno. Perché la diffamazione è un reato e, di fronte a un reato, anche presunto, ci si affida alla legge. Come davanti a un furto si denuncia.

E qui torna attuale una delle frasi più celebri di Umberto Eco. Nel 2015, durante una lectio magistralis all’Università di Torino, lo scrittore osservò che i social network avevano dato «diritto di parola a legioni di imbecilli» che un tempo parlavano al bar senza provocare lo stesso impatto pubblico. Una frase volutamente provocatoria, ma che descrive bene il salto compiuto con i social: la castroneria detta al bar resta confinata a poche persone; quella pubblicata online può raggiungerne migliaia in pochi minuti.

Ed è proprio per questo che oggi non basta più dire «era solo un commento». Un commento può diventare un attacco pubblico, può danneggiare una reputazione e, nei casi previsti dalla legge, può avere conseguenze giudiziarie ed economiche.

La lezione della vicenda Rabito è quindi semplice: criticare sì, insultare no. E se qualcuno non conosce la differenza, forse è arrivato il momento che a spiegargliela non sia un altro utente nei commenti, ma un giudice.

La redazione e tutto lo staff di AltovicentinOnline esprimono la massima solidarietà a un professionista serio e titolato come Marco Rabito, che offre un servizio che fa la differenza nella marea di improvvisati del meteo che circolano sul web.

Caro Marco, in sedici anni di vita di AltovicentinOnline ne abbiamo viste di tutti i colori: minacce e insulti di ogni genere da parte di chi crede che possedere un profilo Facebook equivalga ad aver studiato all’università.

Un tempo si aveva pudore nel far vedere che qualcosa non la si conosceva: si stava in religioso silenzio per non far emergere la propria ignoranza in quella materia. Oggi, invece, c’è un’ostentazione dell’ignoranza da brividi e, con un’identità social, si assiste al trasformismo delle professioni: l’operaio diventa scienziato, l’artigiano diventa avvocato, il nullafacente dottore e la casalinga ingegnere.

Per non parlare di chi, sotto l’articolo di cronaca nera, si improvvisa investigatore antimafia o gip senza conoscere la differenza tra una stazione dei carabinieri e una compagnia. È l’era di chi, senza arte né parte, giudica una sentenza giudiziaria senza sapere che il processo italiano è fatto di tre gradi di giudizio, o senza conoscere la differenza tra indagato e imputato.

È l’era degli webeti. Dobbiamo conviverci, ma possiamo denunciarli e dare loro una lezione.

di redazione AltovicentinOnline

 

Ti è piaciuto questo articolo? Condividilo su: