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Quattordici anni e nessuna pietà. La violenza dei ragazzi non può diventare la nostra normalità.

Il giorno prima erano insieme al parco. Ridevano, scherzavano, trascorrevano il pomeriggio come fanno migliaia di adolescenti. Il giorno dopo, alcuni di loro si sarebbero trasformati in un branco. Due fratelli gemelli di appena quattordici anni, attirati con un pretesto in una strada di campagna tra il Coneglianese e Orsago, sarebbero stati rapinati, picchiati, costretti a spogliarsi e a mettersi sotto i getti dell’irrigazione dei campi, mentre qualcuno riprendeva tutto con il cellulare tra le risate degli aggressori. Una violenza fisica, ma soprattutto psicologica, consumata come fosse uno spettacolo da condividere.

Saranno le indagini dei carabinieri e la magistratura ad accertare responsabilità e ruoli. Ed è giusto che sia così. Ma c’è una domanda che va oltre questa terribile vicenda. Quante volte ancora dovremo leggere storie come questa prima di capire che non siamo più di fronte a episodi isolati?

Il Veneto, negli ultimi mesi, continua a riempire le pagine della cronaca con pestaggi, baby gang, rapine, aggressioni gratuite, violenze filmate con lo smartphone. È un fenomeno che riguarda tutta Italia, ma che nella nostra regione sembra assumere una frequenza inquietante. Ogni volta restiamo indignati. Ogni volta promettiamo di non dimenticare. Poi arriva un’altra storia, ancora più feroce, e quella precedente scivola via.

È questo il rischio più grande: abituarsi. Abituarsi a ragazzi di tredici, quattordici, quindici anni che usano la violenza come strumento di affermazione. Abituarsi a vedere l’umiliazione di un coetaneo trasformata in un video da mostrare agli amici. Abituarsi a pensare che sia semplicemente “una bravata”. Non lo è.

In questi giorni il Governo ha approvato un disegno di legge che interviene sulla responsabilità penale dei minorenni. L’età dell’imputabilità resta fissata a 14 anni, ma cambia il principio di fondo: tra i 14 e i 18 anni la capacità di intendere e di volere sarà presunta, salvo prova contraria. Un segnale chiaro, che punta a rafforzare il principio della responsabilità personale anche tra gli adolescenti. È una risposta importante. Ma è davvero sufficiente?

Perché la certezza della pena è un valore in uno Stato di diritto. Chi commette un reato deve risponderne, anche se minorenne. Tuttavia, se ragazzi di quattordici anni arrivano a rapinare, pestare e umiliare dei coetanei divertendosi a filmare la scena, significa che il problema nasce molto prima dell’intervento del giudice.

Ed è qui che la politica sembra ancora arrivare in ritardo.

Negli ultimi anni il dibattito pubblico si è spesso infiammato attorno a singoli casi di cronaca, come quello del gioielliere Mario Roggero o della vicenda del cittadino marocchino morto a Bologna per cause da accertare per le quali ci sono sul patibolo dei poliziotti. Storie che hanno monopolizzato televisioni, talk show e confronti politici, diventando terreno di scontro tra schieramenti. Eppure oggi ci troviamo davanti a un’emergenza che dovrebbe unire, non dividere. Ragazzi sempre più giovani che aggrediscono altri ragazzi, senza apparente motivo, senza empatia, senza il minimo senso del limite.

Perché accade? Che cosa è cambiato nell’educazione dei nostri figli? Quale ruolo hanno i social network, dove spesso la violenza diventa uno strumento per ottenere consenso e visibilità? Dove finiscono le responsabilità delle famiglie e dove iniziano quelle della scuola, delle istituzioni, della società?

Sono domande difficili. Ma continuare a evitarle sarebbe l’errore più grave.

Servono leggi efficaci. Servono pene certe. Ma serve soprattutto un progetto educativo e culturale. Occorre investire nelle scuole, sostenere le famiglie, rafforzare la presenza degli educatori, degli psicologi, delle associazioni sportive e di tutti quei luoghi dove i ragazzi imparano il rispetto dell’altro prima ancora del rispetto della legge. Perché il fenomeno delle baby gang non si combatte soltanto nei tribunali. Si combatte molto prima, quando un adolescente sta ancora costruendo la propria coscienza.

La politica dovrebbe cogliere questa occasione per mettere da parte le bandiere di partito e affrontare finalmente il disagio giovanile come una priorità nazionale. Non con l’ennesima risposta dettata dall’emergenza, ma con una strategia che guardi ai prossimi dieci anni, non ai prossimi dieci giorni.

I protagonisti di questa vicenda hanno quattordici anni. Le vittime hanno quattordici anni. Se non riusciamo a interrogarci su cosa stia accadendo ai nostri ragazzi, significa che il problema non riguarda più soltanto loro. Riguarda tutti noi. E il vero pericolo non è soltanto la violenza. È il giorno in cui smetteremo di indignarci perché l’avremo considerata normale.

N.B.

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