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Comitati di quartiere: si vota l’11 e 12 aprile. Ma la “democrazia dal basso” arriva a metà strada

Elezioni dei Comitati di Quartiere a Thiene: si vota l’11 e 12 aprile 2026, ma due quartieri restano fuori. Anagrafe dei candidati e nodo politico della partecipazione gestita dall’alto.

Thiene torna al voto per il rinnovo dei Comitati di Quartiere: urne aperte sabato 11 e domenica 12 aprile 2026. È l’appuntamento che, sulla carta, dovrebbe raccontare la città migliore: cittadini che scelgono i propri rappresentanti di prossimità, un ponte tra marciapiedi e Palazzo.

Solo che, già qui, la liturgia scricchiola: al voto arrivano cinque quartieri, mentre due Comitati non partecipano perché non hanno raggiunto il numero minimo di candidature. Tradotto: la “democrazia dal basso” non arriva nemmeno al via in tutta la città. E no, non è una stranezza tecnica. È la realtà, un po’ sgualcita, stampata in bianco e nero.

La prima fotografia: chi si candida

Le liste dicono una cosa semplice: la partecipazione c’è, ma la spinta non è quella di un ricambio. È quella della tenacia.

L’età media complessiva dei candidati è attorno ai 60 anni. Il quartiere mediamente più “giovane” è Centro (età media 52,7), seguito da Santo-Lampertico (54,8). Poi si sale: Conca (61,4) e soprattutto San Vincenzo (65,3) e Ca’ Pajella (67,2). Non è una colpa: è un termometro. E segnala febbre da ricambio.

Il capitolo “giovani” è ancora più istruttivo: i candidati under 35 sono 6 su 56, cioè poco più di un decimo (10,7%). Non un’assenza totale, ma abbastanza per capire che la partecipazione, oggi, non riesce a diventare un luogo attrattivo per chi dovrebbe “entrare” e non solo “resistere”.

Sul fronte del genere, le donne candidate sono 14 su 56 (25%). Anche qui la geografia è irregolare: Centro quasi in equilibrio (5 su 11: 45,5%), Conca su un terzo (5 su 15: 33,3%), mentre San Vincenzo (2 su 10: 20%), Ca’ Pajella (1 su 9: 11,1%) e Santo-Lampertico (1 su 11: 9,1%) restano molto più indietro.

Questa prima lettura dice tre cose — e nessuna fa curriculum.

La prima: la partecipazione esiste, ma il ricambio è debole e la presenza femminile è disomogenea.

La seconda: i giovani non sono assenti per fatalità. Mancano perché non vedono un posto dove valga la pena esporsi: se un organismo sembra decorativo, non attira chi ha tempo, urgenze e idee.

La terza è la più grave: se due quartieri restano fuori dal voto per mancanza di candidati, il problema non è “tecnico”. È politico e organizzativo: significa che manca un approccio serio di coinvolgimento, manca un lavoro costante di ascolto, manca la prova che la voce dei quartieri incida.

Perché quando l’istituzione ascolta, la gente si espone. Quando l’istituzione registra e archivia, la gente si sfila. E poi ci si stupisce che restino in gara solo cinque quartieri: come se fosse sfortuna, e non una conseguenza.

La retorica e la realtà: comitati celebrati, ma poco digeriti

Da troppo tempo i Comitati vengono trattati come un oggetto da bacheca: li puoi mostrare, indicarli con orgoglio e dire “anche noi li abbiamo”. Fanno bella figura, riempiono la parete, danno l’idea di partecipazione. Poi però — quando dovresti usarli, farli vivere, farci passare dentro decisioni e risposte — restano lì: ordinati, lucidi, inerti e inutili.

Poi però arriva la prova della realtà, quella che non si misura in Aula ma nei quartieri. Quando i Comitati fanno ciò per cui esistono — segnalano problemi, chiedono interventi, contestano scelte o ritardi — smettono di essere “partecipazione” e diventano, improvvisamente, un ingombro. Le segnalazioni (dei Comitati o dei cittadini che vi si appoggiano) scivolano in un limbo prevedibile: risposte tardive, formule generiche, e il più delle volte nessun riscontro. È qui che si vede la distanza: la città parla, l’amministrazione prende nota — e poi procede come se nulla fosse. Così ciò che dovrebbe essere normale amministrazione, cioè rispondere al territorio, viene trattato come un fastidio e trasformato in silenzio.

Responsabilità, prima di tutto. Perché la partecipazione non è un distintivo da appuntarsi al petto: è un incarico. E anche dentro i Comitati, talvolta, il problema non è solo l’ascolto dall’alto ma la qualità della rappresentanza dal basso. C’è chi assume la carica più come titolo di prestigio personale che come responsabilità, con competenze limitate e conoscenza parziale dei problemi della città; e chi finisce per leggere il ruolo in chiave strettamente rionale, senza una visione capace di collegare il quartiere alla scala superiore — la città. Il risultato è una partecipazione che diventa innocua, ininfluente: più orientata a non disturbare il manovratore che a esercitare, fino in fondo, la funzione di segnalazione, proposta e controllo che la carica dovrebbe comportare.

Consultivi “sulla carta”, invisibili nella pratica

Il punto non è l’esistenza dei Comitati, ma il loro uso. Se devono essere un ponte, devono essere consultati prima delle decisioni, non solo informati dopo. E invece, nella prassi, quel ruolo resta spesso teorico: i Comitati vengono coinvolti raramente in modo strutturato, quasi mai diventano il luogo dove si discutono priorità e scelte con un minimo di continuità. Il Comune “informa” — quando informa — ma consulta poco. E la partecipazione diventa una sala d’attesa: si parla, si aspetta, si spera.

Il consigliere con delega ai Comitati: da facilitatore a capocomitati

In teoria doveva facilitare. In pratica finisce per dirigere.

A complicare il quadro, l’Amministrazione in carica ha introdotto la figura del consigliere con delega ai Comitati. In teoria dovrebbe essere un facilitatore: garante dei canali, dei tempi di risposta, della mediazione. Nella pratica, però, il ruolo appare essersi trasformato in una regia impropria.

Non più un semplice raccordo, dunque, ma un presidio che incide su tempi e dinamiche: non un ponte, ma un filtro; non un facilitatore, ma un gestore. E quando la partecipazione è “gestita”, perde la sua funzione: non serve più a far emergere problemi e dissenso, serve a renderli compatibili, ordinati, innocui.

È lo stesso motivo per cui molti guardano con sospetto la recente revisione delle regole statutarie che finisce per subordinare ulteriormente i Comitati invece di rafforzarne autonomia e capacità consultiva. Perché la democrazia di quartiere è utile solo se può essere anche scomoda. Se deve essere addomesticata, allora non è partecipazione: è scenografia.

Un distacco che si vede

La democrazia di quartiere non si misura dalle locandine né dalle parole “dialogo” e “ascolto” ripetute a comando. Si misura da una cosa sola: se chi rappresenta un quartiere può parlare senza essere messo in riga. E oggi, a Thiene, quel distacco tra città e amministrazione non è un’impressione: è diventato un metodo.

mds

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