Ridurre i rifiuti alla fonte, aumentare il recupero e il riciclo e considerare l’incenerimento solo come extrema ratio. È questa la linea ribadita da Civitas Schio, che interviene nel dibattito sulla gestione dei rifiuti nell’Alto Vicentino dopo l’intervento della consigliera Giulia Andrian.
A prendere posizione sono Marco Vantin e Cristiana Dalla Fina, secondo i quali alcune delle argomentazioni a sostegno del modello basato sulla termovalorizzazione sarebbero parziali e rischierebbero di spostare l’attenzione dal vero obiettivo: «Costruire un sistema capace di produrre sempre meno rifiuto residuo».
«Non prendiamo la Lombardia come modello»
Il primo fronte della polemica riguarda la Lombardia, indicata come esempio virtuoso nella gestione dei rifiuti.
Civitas invita però a guardare anche ai flussi in ingresso negli impianti lombardi. Secondo i dati ISPRA richiamati dal gruppo, a fronte di circa 1,3 milioni di tonnellate di rifiuti urbani prodotti in Lombardia, gli impianti regionali ne avrebbero inceneriti circa 2 milioni.
Una capacità che, secondo Vantin e Dalla Fina, favorisce l’arrivo di rifiuti da altre regioni.
«È una provocazione – precisano – ma se applicassimo alla lettera il principio della prossimità, in Veneto potremmo chiudere gli impianti e mandare tutto il secco in Lombardia».
Il punto, per Civitas, è soprattutto un altro: un impianto di incenerimento necessita di essere alimentato per decenni e rischia quindi di creare un fabbisogno strutturale di rifiuti da trattare.
Il gruppo guarda in particolare alla situazione dell’Alto Vicentino: «Il nostro bacino produce meno di 20 mila tonnellate di secco all’anno, mentre Schio ne riceve oltre 65 mila dal resto della provincia e da altri territori veneti».
Da qui la domanda politica: «Vogliamo davvero che Schio e l’Alto Vicentino diventino la pattumiera d’Italia?».
La sfida della raccolta: «Il porta a porta funziona»
Civitas non mette in discussione la necessità di migliorare la qualità della raccolta differenziata. Contesta però l’idea che la soluzione passi principalmente dall’aumento della capacità di trattamento.
Secondo il gruppo, i dati ARPAV dimostrerebbero che i sistemi maggiormente responsabilizzanti, come il porta a porta, consentono di ridurre il secco residuo e migliorare la qualità dei materiali raccolti.
Nel mirino finiscono anche i Comuni che continuano a investire nei cassonetti stradali.
«Dove c’è responsabilizzazione dell’utente – sostengono Vantin e Dalla Fina – la qualità del materiale aumenta e la quantità di secco si riduce drasticamente».
Schio viene indicata come esempio concreto. Dal 2016, con il passaggio dal sistema dei cassonetti al porta a porta, il secco residuo pro capite sarebbe passato da circa 145 a 70 chilogrammi annui.
«I rifiuti speciali non siano pagati dai cittadini»
Altro nodo della discussione è quello dei rifiuti speciali prodotti dalle attività industriali.
La posizione di Civitas è netta: «Non è corretto pensare che gli scarti delle lavorazioni industriali debbano essere gestiti attraverso impianti pubblici finanziati dalla collettività».
Secondo il gruppo, le imprese dovrebbero investire nell’innovazione dei processi produttivi, puntando alla riduzione degli scarti e a obiettivi di “zero waste”, facendo ricorso, quando necessario, a infrastrutture realizzate con capitali privati.
«Scaricare il problema sul settore pubblico – affermano – significa trasferire sui cittadini una parte dei costi del sistema produttivo».
Treviso come modello: 46 chili di secco contro i 94 di Vicenza
Il confronto più significativo, per Civitas, è però quello con Treviso.
La provincia trevigiana, spiegano Vantin e Dalla Fina, ha scelto negli anni di puntare sulla riduzione dei rifiuti, sul porta a porta e sulla tariffazione puntuale, arrivando a circa 46 chilogrammi di secco residuo per abitante.
La provincia di Vicenza si attesterebbe invece a circa 94 chilogrammi pro capite, più del doppio.
«Treviso dimostra che la strada della riduzione può produrre risultati concreti», sostiene Civitas, che giudica quindi «paradossale» criticare proprio il territorio che, su scala nazionale, ha raggiunto performance migliori.
«Inceneritore e discarica non sono due alternative risolutive»
Il gruppo consiliare contesta anche l’equazione secondo cui il termovalorizzatore sarebbe in grado di eliminare il ricorso alle discariche.
«Inceneritori e discariche sono due sistemi impattanti che dobbiamo ridurre al minimo indispensabile», sottolineano Vantin e Dalla Fina.
La combustione, infatti, non elimina completamente il problema: una parte del materiale rimane sotto forma di ceneri che devono essere successivamente gestite.
Civitas mette a confronto, a questo proposito, la Danimarca e Treviso. Nel Paese scandinavo le ceneri derivanti dall’incenerimento vengono stimate in circa 75-90 chilogrammi per abitante, mentre a Treviso un cittadino produrrebbe complessivamente circa 40-50 chilogrammi di secco residuo all’anno.
«La sola cenere prodotta in Danimarca – osservano – pesa quasi il doppio dell’intero rifiuto residuo prodotto da un cittadino trevigiano».
Europa e costi: «Il modello dell’incenerimento è destinato a cambiare»
Civitas guarda anche alle prospettive europee e al futuro dei costi legati all’incenerimento.
Il gruppo richiama la progressiva attenzione dell’Unione europea alle emissioni degli impianti e l’evoluzione del sistema ETS, sostenendo che il costo della combustione potrebbe diventare sempre più rilevante per i territori che scelgono di investire in nuovi impianti o ampliamenti.
Viene inoltre citata la scelta della Danimarca di programmare la dismissione di una parte della propria capacità di incenerimento.
Gli 80 milioni per Schio: «Un investimento da ripensare»
È proprio sul futuro dell’impianto di Schio che Civitas porta il confronto.
Il gruppo contesta l’ipotesi di destinare almeno 80 milioni di euro all’ampliamento dell’impianto, ritenendo che prima di aumentare la capacità di smaltimento si dovrebbe intervenire sulla quantità di rifiuto prodotto.
Il ragionamento è semplice: se tutti i Comuni veneti raggiungessero livelli di produzione di secco residuo analoghi a quelli di Treviso, circa 45 chilogrammi per abitante, il fabbisogno regionale di trattamento si ridurrebbe drasticamente.
«A che pro investire 80 milioni nell’ampliamento dell’impianto di Schio?», chiedono Vantin e Dalla Fina.
Per Civitas si tratterebbe di «una scelta ideologica priva di un reale senso tecnico ed economico», con il rischio che la nuova capacità venga utilizzata soprattutto per rifiuti provenienti da altri territori o per rifiuti speciali.
«La vera innovazione è produrre meno rifiuti»
La proposta alternativa del gruppo consiliare passa dunque dalla costruzione di quello che definisce un modello di “miniera urbana”: beni progettati per essere riutilizzati, riparati e recuperati e una raccolta capace di intercettare la maggior quantità possibile di materiali.
«La vera innovazione non consiste nel bruciare – concludono Vantin e Dalla Fina – ma prima di tutto nel ridurre la produzione di rifiuti, per poi riutilizzare e avviare a riciclo quanto più la tecnologia consente». Una scelta che, secondo Civitas, dovrebbe rappresentare la direzione strategica per Schio e per l’intero Alto Vicentino. La conclusione è anche una stoccata politica alla consigliera Andrian, anche in relazione al suo ruolo di docente: «Troviamo davvero avvilente che a vendere come soluzioni per il futuro le prassi del passato sia una docente oltre che un’amministratrice».
Per Civitas, chi ha responsabilità amministrative e formative dovrebbe invece «incoraggiare le nuove generazioni a superare i limiti attuali con visione e innovazione», evitando di considerare inevitabili modelli di gestione dei rifiuti che il gruppo ritiene ormai superati.