Il Comitato di Quartiere Centro non è stato rinnovato. Alle elezioni dell’11 e 12 aprile 2026 il quorum non è stato raggiunto: 173 votanti contro i 223 necessari. Rozzampia e Cappuccini, invece, non sono nemmeno arrivati al voto per mancanza del numero minimo di candidati. Tre quartieri su sette, dunque, fuori dal rinnovo ordinario.
Per Francesco Pronio, ex presidente del Comitato Centro, non si tratta di un incidente, ma del segnale di una crisi più profonda: quella di un modello di partecipazione progressivamente svuotato di ruolo, ascolto e credibilità.
Pronio, il Comitato Centro non ha raggiunto il quorum. È solo disaffezione?
No. La disaffezione è l’effetto, non la causa. I cittadini partecipano quando percepiscono che uno strumento serve, incide, viene ascoltato. Se invece un Comitato viene ridotto a presenza decorativa, prima o poi la gente lo capisce. Il problema non è se i cittadini abbiano ricevuto i volantini. Il problema è che non hanno trovato una ragione forte per andare a votare.
Lei collega questo esito alla vostra precedente esperienza nel Comitato Centro?
Sì. Noi ci siamo dimessi perché avevamo capito che la collaborazione attiva del Comitato non era gradita. Avevamo proposto iniziative concrete: giostre al Bosco, educazione civica, controllo di vicinato, Comunità energetica, viabilità, sicurezza e rilancio del centro storico. Non chiedevamo visibilità. Chiedevamo di lavorare. Ma quando un Comitato studia, propone e si sente rispondere con chiusura o indifferenza, il messaggio è chiaro: il contributo dei quartieri interessa solo se non disturba.
Il nodo più delicato fu il rapporto con il Sindaco. Che cosa accadde?
Sul rilancio del Centro avevamo costruito una proposta seria: analisi storica, studio di buone pratiche in città simili a Thiene, disponibilità a visitare quelle realtà a nostre spese e un progetto di rivitalizzazione della Galleria con Condominio, privati, Ascom e Comune. Ascom aveva dato disponibilità. Il Sindaco no. A quel punto abbiamo preso atto che la nostra collaborazione non era gradita.
A un certo punto sarebbe arrivata anche una frase molto dura attribuita al Sindaco: “andatevene pure, rimarranno i migliori”. La conferma?
La confermo come frase che ci colpì profondamente. Non era solo una battuta infelice: era il segno di un atteggiamento. Noi ponevamo un problema politico e amministrativo, non personale. Sentirsi liquidare in quel modo significava capire che chi collabora criticamente viene visto come un fastidio. Poi “i migliori” sono rimasti, ma il Centro non è riuscito nemmeno a rinnovare il Comitato con un voto valido. Questo dovrebbe far riflettere.
Lei parla di Comitati ridotti a “galoppini”. Che cosa intende?
Intendo dire che un Comitato di Quartiere non deve essere la cinghia di trasmissione dell’Amministrazione. Non deve limitarsi a distribuire comunicazioni, fare presenza o confermare decisioni già prese.
Deve rappresentare il quartiere, raccogliere problemi, elaborare proposte, portare osservazioni, anche critiche. Se chi propone viene scoraggiato e chi tace viene premiato, il Comitato diventa un accessorio politico. E i cittadini se ne allontanano.
Oltre al Centro, anche Rozzampia e Cappuccini non sono arrivati al rinnovo ordinario. Che lettura dà di questo dato?
È il dato più grave. Il Centro può essere liquidato come un caso particolare. Ma quando tre quartieri su sette non riescono a rinnovarsi normalmente, non si può più parlare di incidente.
Rozzampia e Cappuccini non hanno raggiunto il numero minimo di candidati. Il Centro non ha raggiunto il quorum. Il problema è generale: riguarda il rapporto tra Amministrazione, Comitati e cittadini.
Secondo lei di chi è la responsabilità politica?
Di chi ha gestito la delega ai Comitati: il consigliere delegato Alberto Vecelli, già presidente proprio del Comitato Centro. Ma sarebbe ingenuo fermarsi lì. Vecelli ha agito dentro una linea politica pienamente condivisa dal Sindaco.
E quando una delega produce un risultato così evidente — Centro senza quorum, Rozzampia e Cappuccini senza candidati sufficienti — la responsabilità non resta confinata al delegato: risale inevitabilmente a chi quella delega l’ha assegnata, coperta e mantenuta.
Vecelli ha richiamato anche il lavoro informativo fatto, compresa la distribuzione dei volantini. Non basta?
No. I volantini informano, ma non motivano. La partecipazione non si costruisce con la carta nella buca delle lettere. Si costruisce facendo capire ai cittadini che il loro voto serve, che il Comitato conta e che le proposte vengono considerate.
Se dopo tutto quel lavoro informativo il quorum non viene raggiunto, allora il problema non è la comunicazione. È la credibilità dello strumento.
Quali erano le vostre proposte rimaste senza risposta?
Erano proposte concrete. Sulle giostre al Bosco chiedevamo il rispetto rigoroso del regolamento allora in vigore, una riduzione da tre a due settimane di presenza e un bilancio trasparente sui costi e sui ricavi per Comune e negozianti.
Sull’educazione civica avevamo esaminato il regolamento di polizia comunale e visto che molte disposizioni non erano conosciute nemmeno da cittadini storici. Ritenevamo necessario farle conoscere meglio, anche ai cittadini stranieri, per favorire convivenza e rispetto delle regole.
Sul controllo di vicinato eravamo disponibili a contribuire a un modello adatto a Thiene, non copiato da altre realtà. Sulla Comunità energetica avevamo manifestato disponibilità a collaborare, ma non ci risulta che ai Comitati sia stato dato un vero ruolo attivo.
E sulla Commissione Viabilità e Sicurezza?
Anche lì il problema era il metodo. A nostro avviso il regolamento predisposto dal Comune non consentiva una valutazione seria degli argomenti trattati.
Viabilità e sicurezza incidono direttamente sulla vita dei quartieri. Non possono essere gestite con organismi che ascoltano formalmente, ma poi non incidono realmente. Avevamo suggerito una valutazione effettiva da parte dei delegati dei quartieri, ma non ci risulta che sia stata presa in considerazione.
I Comitati, però, hanno solo funzione consultiva.
È vero, ma questa è una risposta burocratica, non politica. Un organo consultivo può essere inutile oppure prezioso. Dipende da come viene considerato.
Noi non pretendevamo di decidere al posto di Giunta o Consiglio comunale. Pretendevamo che il lavoro fatto dal Comitato fosse preso sul serio.
Che cosa avrebbe dovuto fare l’Amministrazione?
Dare ai Comitati un ruolo vero, non decorativo. Valorizzare i cittadini disponibili a lavorare, anche quando pongono problemi o chiedono trasparenza.
La partecipazione si spegne quando viene trattata come un fastidio. E quando si spegne, non basta convocare le elezioni e stupirsi se la gente non partecipa.
Il mancato quorum del Centro è quindi una bocciatura politica?
Sì. È una bocciatura politica della gestione dei Comitati, non dei cittadini.
Quando un quartiere centrale non raggiunge il quorum e altri due quartieri non riescono nemmeno a presentare candidati sufficienti, significa che qualcosa si è rotto. E chi aveva il compito di tenere vivo quel sistema deve assumersene la responsabilità.
Che cosa dovrebbe accadere ora?
Bisognerebbe smettere di minimizzare. Dire che a settembre si riproverà non basta. Se non si cambia metodo, si ripeterà lo stesso errore. Serve una verifica seria sulla funzione dei Comitati, sul rapporto con l’Amministrazione, sui poteri consultivi, sui tempi di risposta e sulla possibilità di incidere davvero sui problemi dei quartieri.
di Redazione AltovicentinOnline