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Thiene. Kaabouri sfida la maggioranza: “non mi dimetto. Le mie origini mi hanno reso un bersaglio?”

Una settimana di polemiche, comunicati stampa, dichiarazioni politiche e richieste di dimissioni. Ora Alaeddine Kaabouri rompe il silenzio e risponde agli attacchi ricevuti dopo aver espresso pubblicamente solidarietà a Youssef Siher, il giovane coinvolto in una vicenda giudiziaria che ha acceso il dibattito politico anche a Thiene. Il consigliere comunale torna sulla frase che ha dato origine allo scontro: «Io sto con Youssef Siher». Una posizione che rivendica senza esitazioni e che, spiega, non deve essere interpretata come una giustificazione di eventuali responsabilità penali. «Ho letto attentamente le undici pagine del provvedimento di fermo e, dopo averle lette, ho sentito il dovere di esprimere solidarietà», scrive Kaabouri.

Il punto, secondo il consigliere, è la presunzione di innocenza, insieme alla dignità delle persone e al diritto di non essere condannati pubblicamente prima che la giustizia abbia fatto il proprio corso. Ma la solidarietà a Siher, nelle parole di Kaabouri, assume anche un significato più ampio. «Youssef potevo essere io. Poteva essere uno qualsiasi di noi», afferma, riferendosi ai giovani di seconda generazione cresciuti in Italia, che studiano, lavorano e partecipano alla vita delle proprie comunità, ma che ancora troppo spesso si sentono costretti a dimostrare la propria appartenenza al Paese.

Secondo il consigliere, quando un giovane con origini straniere finisce al centro di una vicenda negativa, il rischio è che la responsabilità individuale venga trasformata in una colpa collettiva. Al contrario, sottolinea, i successi e il contributo alla società di tanti ragazzi di seconda generazione rimangono spesso nell’ombra. «Non siamo ospiti, non siamo cittadini di serie B e non dobbiamo chiedere il permesso a nessuno per sentirci italiani», scrive.

Gli attacchi politici e lo scontro con la maggioranza

Nel comunicato Kaabouri ricostruisce anche le reazioni politiche seguite alla sua presa di posizione. Parla di una «macchina del fango» che, a suo giudizio, si sarebbe messa in moto contro di lui, citando gli interventi di esponenti della destra, da Matteo Salvini a Elena Donazzan, fino a Cristian Tonello.

La delusione maggiore, tuttavia, sarebbe arrivata dal sindaco Gianantonio Michelusi e dalla maggioranza comunale, della quale fa parte anche il Partito Democratico. Kaabouri contesta il comunicato con cui sono state chieste le sue dimissioni, giudicandolo «politicamente vergognoso». Il consigliere si domanda come possa essere considerata una ragione per lasciare l’incarico l’espressione di un’opinione e la manifestazione di solidarietà nei confronti di una persona. «Avreste potuto semplicemente dire che non condividevate le mie parole. Sarebbe stato legittimo. Invece avete scelto di chiedere le mie dimissioni», osserva, accusando la maggioranza di aver trasformato una divergenza politica in una richiesta di esclusione dalle istituzioni.

«Mi chiedo se le mie origini abbiano contribuito a rendermi un bersaglio»

Un altro passaggio centrale della replica riguarda il razzismo sistemico. Kaabouri precisa di non considerare razzista chiunque lo abbia criticato, ma si interroga sul diverso trattamento che, a suo avviso, sarebbe stato riservato alla sua dichiarazione rispetto a prese di posizione analoghe espresse da altre persone.

«Mi domando se il mio nome, le mie origini e la mia storia abbiano contribuito a rendermi un bersaglio più facile», scrive il consigliere, chiedendosi se la stessa frase, pronunciata da un amministratore con un cognome diverso, avrebbe provocato reazioni altrettanto dure. Da qui la denuncia di un doppio standard nei confronti dei giovani di seconda generazione: considerati italiani quando si distinguono positivamente, ma nuovamente percepiti come stranieri quando finiscono al centro di una vicenda negativa.

Kaabouri chiama in causa anche il sindaco e la maggioranza, chiedendo perché non vi siano analoghe prese di posizione quando la presidente del Consiglio Giorgia Meloni critica le decisioni della magistratura o l’operato dei giudici. «Il rispetto delle istituzioni deve valere sempre, non soltanto quando fa comodo attaccare un consigliere comunale», afferma.

Siher è uscito dal carcere, Kaabouri: «Serviva più prudenza»

Nel frattempo, ricorda il consigliere, Youssef Siher è uscito dal carcere. Un passaggio che, precisa lo stesso Kaabouri, non chiude la vicenda giudiziaria e non equivale a una sentenza definitiva, ma che dovrebbe comunque indurre a riflettere sulla necessità di usare prudenza prima di formulare giudizi pubblici. Il consigliere lamenta inoltre l’assenza di scuse o di una riflessione sui toni utilizzati da parte di chi lo aveva attaccato nei giorni precedenti, sottolineando quello che considera un improvviso silenzio dopo il clamore iniziale.

La sua conclusione è netta e non lascia spazio a interpretazioni: «Non mi dimetto». Kaabouri respinge le richieste arrivate dalla maggioranza e ribadisce di non avere intenzione di lasciare il proprio incarico per aver espresso un’opinione o manifestato solidarietà a una persona. «Non mi dimetto perché qualcuno non condivide le mie parole. Non mi dimetto perché ho espresso solidarietà. Non mi dimetto per compiacere chi vorrebbe trasformare una divergenza di opinioni in una ragione per escludermi dalle istituzioni».

La polemica politica a Thiene, dunque, è tutt’altro che chiusa. Tra qualche giorno ci sarà un consiglio comunale e Kaabouri dovrà affrontare maggioranza e minoranza per la richiesta in massa delle sue dimissioni da consigliere.

di redazione AltovicentinOnline

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