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Cinghiale catturato con un laccio e ucciso a colpi di lama, Marsetti: ” atto di inciviltà”

Un laccio metallico per intrappolare il cinghiale, poi la violenza fino alla morte. È una scena di una brutalità difficile da comprendere quella ricostruita dalla Polizia Provinciale di Vicenza al termine di una complessa attività investigativa condotta nel Basso Vicentino. Un episodio di bracconaggio che, oltre a rappresentare una grave violazione delle regole sulla gestione della fauna selvatica, racconta una ferocia gratuita che ha suscitato la dura condanna delle istituzioni.
L’indagine è partita dal ritrovamento, in un’area boschiva, di un cinghiale rimasto intrappolato in un laccio metallico. Gli accertamenti successivi avrebbero permesso di ricostruire un quadro ancora più grave: dopo essere stato catturato, l’animale sarebbe stato colpito ripetutamente al capo con uno strumento da taglio fino a provocarne la morte.
Un modo di agire che nulla ha a che vedere con la gestione della fauna selvatica e che ha spinto gli investigatori a mettere in campo un’articolata attività di accertamento, combinando tecniche investigative tradizionali, attività tecniche e raccolta di informazioni sul territorio.
Gli elementi raccolti hanno portato all’individuazione dei presunti autori. Sarebbero coinvolte più persone, tra cui un soggetto già noto agli investigatori e altri ancora in corso di identificazione. I relativi profili sono stati trasmessi all’Autorità giudiziaria.
Le ipotesi di reato sono pesanti e comprendono, tra l’altro, furto aggravato di fauna selvatica, considerata patrimonio indisponibile dello Stato, oltre a uccisione e maltrattamento di animali in concorso.
«Questo intervento della nostra Polizia Provinciale è un segnale categorico di tolleranza zero contro il bracconaggio e la crudeltà gratuita verso gli animali», commenta il vicepresidente della Provincia di Vicenza con delega alla Polizia Provinciale, Moreno Marsetti. «Utilizzare trappole barbare come i lacci metallici e infierire sulla fauna è un atto di inciviltà che ferisce profondamente la nostra comunità e il nostro territorio».
Marsetti si è congratulato con gli agenti per il lavoro investigativo svolto, sottolineando l’importanza del monitoraggio nelle aree rurali e boschive del Vicentino.
Il caso riporta anche l’attenzione sulla distinzione fondamentale tra controllo della fauna selvatica e bracconaggio. La gestione delle popolazioni di cinghiale, anche quando necessaria per ragioni ambientali e per la tutela delle attività agricole, è un’attività regolamentata. Può essere svolta soltanto da persone abilitate e autorizzate e secondo modalità precise, sotto il controllo della Polizia Provinciale.
Quello ricostruito nel Basso Vicentino, invece, sarebbe stato tutto fuorché un intervento legittimo di controllo della fauna. Un animale catturato con una trappola e poi ucciso con uno strumento da taglio racconta una pratica che, se confermata in sede giudiziaria, non può essere derubricata a semplice violazione delle regole venatorie.
È bracconaggio. Ed è, soprattutto, una forma di violenza che non può essere tollerata.
Resta naturalmente fermo il principio di presunzione di innocenza: il procedimento si trova nella fase delle indagini preliminari e le eventuali responsabilità penali dovranno essere accertate esclusivamente dall’autorità giudiziaria.
Ma una cosa è già evidente: contro chi trasforma i boschi in luoghi dove gli animali vengono catturati con lacci e lasciati morire tra sofferenze inutili, il controllo del territorio deve essere massimo. La tutela della fauna non è un dettaglio, ma una questione di legalità e di civiltà.
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