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Friuli, cinquant’anni dopo: il terremoto che cambiò l’Italia

Cinquant’anni fa, la sera del 6 maggio 1976, alle 21:00, il Friuli fu scosso da un terremoto che segnò per sempre la storia della regione e del Paese. Una scossa di magnitudo 6.5, con epicentro tra Gemona e Artegna, cancellò interi paesi, provocò quasi mille vittime, oltre 45 mila sfollati e danni immensi. Le immagini delle case sventrate, dei campanili crollati, delle persone che scavavano a mani nude fecero il giro del mondo.

Quel sisma è ricordato come uno dei passaggi più drammatici della storia repubblicana, ma anche come uno dei momenti in cui l’Italia seppe reagire con una forza rara.

«Al è lôr, al è dut lôr»: la notte della distruzione

La prima scossa colpì all’improvviso e con violenza. Gemona, Venzone, Osoppo, Trasaghis: decine di comuni furono devastati. Venzone, uno dei borghi medievali più belli d’Italia, fu rasa al suolo. Le comunicazioni si interruppero, le strade si spaccarono, gli ospedali furono travolti da un’emergenza che nessuno immaginava.

Nel caos delle prime ore, emerse però un tratto distintivo della popolazione friulana: l’autorganizzazione. Mentre i soccorsi nazionali arrivavano, migliaia di volontari locali si misero in moto spontaneamente, creando i primi punti di assistenza e coordinamento.

La risposta del Paese e la ricostruzione modello

Il terremoto del Friuli entrò nella memoria collettiva anche per il modo in cui fu gestita la ricostruzione. Non fu solo un intervento statale: fu una ricostruzione dal basso, in cui agli abitanti fu riconosciuto un ruolo decisivo nelle scelte urbanistiche, nei progetti edilizi, nella gestione dei fondi.

La formula divenne celebre: «Prima le fabbriche, poi le case, poi le chiese».
Un ordine che garantì due risultati: il mantenimento del tessuto economico e il ritorno rapido delle persone nei propri luoghi di lavoro e di vita.

In pochi anni il Friuli rialzò la testa. Venzone fu ricostruita pietra su pietra, diventando un simbolo internazionale di restauro e memoria. Gemona tornò a vivere con edifici antisismici e un nuovo assetto urbano. La legislazione successiva sul rischio sismico prese spunto proprio da quella esperienza.

Un’eredità che parla al presente

A cinquant’anni di distanza, il terremoto del 1976 rimane una lezione attuale. Parla di prevenzione, di pianificazione territoriale, di comunità che non si arrendono. Parla anche di come un disastro può diventare un laboratorio sociale e politico: il Friuli mostrò che la collaborazione tra cittadini e istituzioni può funzionare, e persino diventare un modello.

Oggi quella memoria è ancora viva nei paesi ricostruiti, nelle cerimonie che ogni anno ricordano le vittime, nelle scuole che insegnano ai ragazzi cosa significa vivere su un territorio sismico.

Cinquant’anni dopo: ricordare per continuare

Il terremoto del 1976 non fu solo una tragedia. Fu un passaggio che cambiò il Friuli e contribuì a cambiare l’Italia. Oggi, a mezzo secolo di distanza, quel ricordo continua a essere un monito e una guida: la sicurezza non è mai definitiva, e la ricostruzione non è solo edilizia, ma comunitaria.

Chi visitava quei luoghi negli anni successivi al sisma trovava spesso una scritta sui muri:
«Il Friuli al è risòrgnût» — Il Friuli è risorto.

Cinquant’anni dopo, è ancora vero.

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