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Conto separato, altro che favore: è un tuo diritto di consumatore, tranne nel caso in cui…

L’amara ironia è tutta qui: per un abbonamento online leggiamo ogni riga delle condizioni, ma per una cena accettiamo menu invisibili, cartelli nascosti e supplementi creativi. Indignarsi è più che legittimo. Ma l’unico modo per cambiare le cose è cominciare a comportarci da contraenti consapevoli, non da clienti rassegnati: chiedere i prezzi, leggere gli avvisi, pretendere il conto separato quando la legge sta dalla nostra parte. Perché il contratto c’è sempre. La domanda è: lo vogliamo continuare a subire, o iniziamo a farlo valere?

Al ristorante non stiamo “solo cenando”: stiamo firmando un contratto, anche se nessuno ci mette una penna in mano. Ed è proprio su questo che si reggono molte delle piccole furbizie di troppi locali.

L’avvocato Angelo Greco lo spiega senza giri di parole in un video che è diventato virale: i contratti, nella maggior parte dei casi, sono verbali o addirittura taciti. Entrare, sedersi, ordinare dal menu significa accettare un contratto di ristorazione. Il ristoratore è libero di stabilire condizioni anche antipatiche,  consumazione minima, niente conti separati, certi metodi di pagamento, supplemento musica, ma solo a una condizione: che siano chiare prima di ordinare.

Qui casca l’asino. Il cartello “non si fanno conti separati” spuntato solo alla cassa non ha alcun valore: se non c’è un avviso ben visibile all’ingresso o in sala, per la legge il pasto è una somma di rapporti individuali. Dieci persone a tavola significano dieci contratti distinti. In assenza di regole comunicate prima, la divisione del conto non è una cortesia: è un diritto.

Lo stesso vale per pane, coperto, musica live, consumazione minima, richieste di acconto: tutto può essere lecito, ma niente può essere una sorpresa a fine serata. Il problema nasce quando l’inventiva del ristoratore si esercita più nel complicare lo scontrino che nel chiarire le condizioni.

Il capolavoro della disonestà, però, resta il locale senza menu e senza prezzi, con il cameriere che recita a memoria i piatti “come una volta”. Folklore a parte, è una pratica illegittima: il cliente ha diritto a conoscere il prezzo di ogni portata prima di scegliere. Se poi sullo scontrino compare una pasta e ceci a 20 euro, hai comunque usufruito del servizio e devi pagare, ma in un eventuale giudizio un giudice potrebbe riportare tutto alla “media di mercato”. Peccato che quasi nessuno arrivi davvero in tribunale per una cena gonfiata.

di Redazione AltovicentinOnline

 

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